Creativi, intraprendenti e cooperativi: così i giovani si guadagnano il lavoro

Alessandro Rosina

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I dati Ocse mostrano che il sistema formativo italiano non fornisce le competenze necessarie

 

SE VOGLIAMO uscire dal quadro pessimistico dipinto nell’ultimo Rapporto Censis dobbiamo prima di tutto decidere se i giovani li consideriamo figli da proteggere con i risparmi privati dei genitori o membri delle nuove generazioni su cui investire come Paese, con generosità e intelligenza, per tornare a crescere.

 

Il compito delle nuove generazioni è quello di produrre nuovo benessere, non occupare semplicemente il posto lasciato libero dalle generazioni precedenti.

 

L’ambizione delle nuove generazioni dovrebbe essere quella di far con passione un’attività creativa, non svolgere un lavoro sostituibile da una procedura automatizzata. Il ruolo delle nuove generazioni è quello di conquistare nuovi spazi di futuro possibile, non rimanere passivamente protetti dentro le mura della casa dei genitori. In Italia stiamo preparando le nuove generazioni a tutto questo? Molto meno rispetto agli altri Paesi avanzati.

Una delle chiavi principali sta nello spostamento al rialzo del rapporto tra valorizzazione del capitale umano e competitività delle aziende, al cui centro sta l’aumento della qualità dell’offerta e della domanda di competenze. I giovani italiani hanno abbastanza chiare le inefficienze del mondo del lavoro ma hanno anche sempre più forte la consapevolezza di alcune proprie debolezze che frenano la possibilità di cogliere al meglio le opportunità che il mercato offre e, ancor più, di farsi trovare pronti rispetto ai mutamenti qualitativi nel sistema produttivo nei prossimi decenni.

 

I giovani italiani hanno abbastanza chiare le inefficienze del mondo del lavoro ma hanno anche sempre più forte la consapevolezza di alcune proprie debolezze che frenano la possibilità di cogliere al meglio le opportunità che il mercato offre e, ancor più, di farsi trovare pronti rispetto ai mutamenti qualitativi nel sistema produttivo nei prossimi decenni.

 

I dati della ricerca Ocse-PIAAC sulle competenze di base considerate necessarie per una vita lavorativa di successo in questo secolo, evidenziano come esse siano sensibilmente carenti tra i giovani italiani che escono dal sistema formativo. Anche le competenze avanzate acquisite risultano largamente inadeguate rispetto a quella che è prevista essere l’evoluzione di mestieri e professioni nei prossimi decenni sulla spinta delle trasformazioni di Industria 4.0. Il successo del Programma “Crescere in digitale” realizzato da Google all’interno del piano governativo “Garanzia giovani”, mostra come due potenziali fragilità italiane, ovvero i Neet e le piccole aziende, possano in realtà rafforzarsi assieme se si sposta verso l’alto la dotazione delle competenze dei primi mirata alla domanda di digitalizzazione delle seconde. Una crescente attenzione viene inoltre assegnata alle soft (o life) skills, le cosiddette competenze traversali, in grado non solo di aumentare l’occupabilità, ma soprattutto di trasformare il sapere tecnico in partecipazione di successo ai processi innovativi.

 

Il successo del Programma “Crescere in digitale” realizzato da Google all’interno del piano governativo “Garanzia giovani”, mostra come due potenziali fragilità italiane, ovvero i Neet e le piccole aziende, possano in realtà rafforzarsi assieme se si sposta verso l’alto la dotazione delle competenze dei primi mirata alla domanda di digitalizzazione delle seconde.

 

Una ricerca recentemente pubblicata dall’Istituto Toniolo in collaborazione con McDonald’s mostra come la consapevolezza dell’importanza di questo tipo di competenze sia molto forte non solo negli imprenditori ma anche nei giovani stessi.

Secondo i ragazzi intervistati, i progetti di alternanza scuola-lavoro, che prevedono un’esperienza concreta nelle aziende, possono produrre ampi benefici. A ritenerlo non sono solo gli studenti degli istituti tecnici, ma anche quelli dei licei, con una percentuale attorno all’88 percento.

La percentuale sale ulteriormente, arrivando al 93 percento, tra chi si è già confrontato con il mondo del lavoro e ha quindi sperimentato sul campo le competenze utili. Più specificamente, le soft skills che ci si aspetta di migliorare sono l’intraprendenza, la capacità di lavorare in gruppo, l’abilità di problem solving, l’autoefficacia, il saper prendere decisioni. Gli stessi giovani sono però anche consapevoli che tali progetti da soli non bastano per colmare il divario rispetto a quanto richiesto nel mondo del lavoro.

 

Le soft skills che ci si aspetta di migliorare sono l’intraprendenza, la capacità di lavorare in gruppo, l’abilità di problem solving, l’autoefficacia, il saper prendere decisioni.

 

Efficaci contesti informali di complemento e rafforzamento delle life skills sono allora anche esperienze esterne alla scuola e alle aziende, come indica una ricerca promossa dall’Agenzia nazionale giovani. Esempi virtuosi in questo senso sono il volontariato nei grandi eventi e il Servizio civile europeo (SVE). Tutti questi programmi devono però consentire un effettivo accesso a tutti e un miglioramento misurabile delle competenze acquisite per diventare parte di un solido processo di riposizionamento delle nuove generazioni al centro dello sviluppo del Paese.

 
Articolo reperibile sul sito Repubblica.it.
Per approfondire: http://www.alessandrorosina.it/.
 
Foto (CC BY-NC 2.0) by caseorganic

About Alessandro Rosina

Professore Ordinario di Demografia e Statistica Sociale presso la Facoltà di Economia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove dirige inoltre il Center for Applied Statistics in Business and Economics. Già membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Statistica e dell’Associazione Italiana di Studi sulla Popolazione, è editorialista de La Repubblica, scrive e ha scritto inoltre per varie testate nazionali (Il Sole 24 Ore, Il Mattino, L’Avvenire, Il Fatto quotidiano, Il Giorno). Tra le sue pubblicazioni “Goodbye Malthus. Il futuro della popolazione: dalla crescita della quantità alla qualità della crescita” (con M.L. Tanturri, 2011), “L’Italia che non cresce. Gli alibi di un paese immobile” (2013), e "NEET. Giovani che non studiano e non lavorano" (2015).

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