Ascesa e declino del Microcredito

Leonardo Conte

Leonardo Conte

Laureato MSc in Economics and International Politics presso l'Università della Svizzera Italiana di Lugano e l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Leonardo Conte
Bamboo product making unit in Dumka, Jharkhand. (CC BY-SA 3.0) by Jaimoen87

Bamboo product making unit in Dumka, Jharkhand.

Un’overview dei risultati e delle criticità dello strumento finanziario che ha rivoluzionato lo sviluppo

 

Tra i Millennium Development Goals (MDGs) stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2000 spiccava per importanza quello di dimezzare il numero dei poveri della Terra entro il 2015, obiettivo che fu riproposto nei Sustainable Development Goals (SDGs) redatti l’anno scorso. La trionfale marcia del sistema capitalistico ha portato le economie dei paesi del Nord America, dell’Europa e del Giappone a svilupparsi in una misura che non ha precedenti, consentendo a milioni di persone di raggiungere un elevato livello di benessere. Allo stesso tempo, però, la forbice si è allargata e miliardi di perso tutto il mondo sono rimaste fuori dalla corrente di questo sviluppo. Ad aggravare la situazione, la sovrapposizione di diverse crisi globali sul piano economico, finanziario, ambientale, agricolo e sociale, che hanno allungato le fila della classe statistica dell’estrema povertà. Dalla prospettiva dei paesi più poveri del mondo, la crisi del 2008 è nata sotto forma di crisi delle risorse alimentari. La crescita costante della popolazione mondiale, accompagnata da una riduzione globale dell’estensione di terra coltivabile − per riprendere l’antico principio malthusiano − ha generato i tragici sviluppi. Gli speculatori hanno poi infiammato la situazione, scommettendo sul rialzo dei prezzi delle materie prime e delle derrate alimentari. Senza contare che, quando i mercati finanziari si bloccano e le banche chiudono i canali del credito, quando le aziende falliscono e i governi diventano impotenti e senza risorse, è sui poveri che viene a gravare il peso maggiore.

 

Tra i Millennium Development Goals (MDGs) stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2000 spiccava per importanza quello di dimezzare il numero dei poveri della Terra entro il 2015, obiettivo che fu riproposto nei Sustainable Development Goals (SDGs) redatti l’anno scorso.

 

Quasi a compensare queste tendenze, una delle principali innovazioni dei nostri tempi sembrava proporre soluzioni ai problemi legati al credito. Nata nel villaggio di Jobra, in Bangladesh, l’idea del microcredito si è diffusa più massicciamente in Asia, Africa, America del Sud, Medio Oriente e in molti paesi del mondo sviluppato. Quasi ogni nazione ha oggi un programma ispirato a questa idea; alcuni ricalcano direttamente l’esperienza della Grameen Bank, mentre altri si discostano dalla stessa per declinare delle sue varianti. I “clienti” raggiunti sono stati cento milioni alla fine del 2006. Continuando in questa direzione, l’obiettivo proposto divenne presto quello di liberare in modo permanente dalla povertà quasi mezzo miliardo di persone, allineandosi con il goal primario dei MDGs.

Tra gli attori che indirizzano la loro mission in questa direzione, la Grameen Bank e tutti gli istituti di microcredito operano fornendo prestiti di piccola entità senza la richiesta di garanzie reali. Sono proprio le garanzie reali, nella più parte dei casi, a inibire individui, artigiani, piccoli commercianti, microimprenditori, famiglie e gruppi dall’accesso a un prestito bancario di accedere al prestito bancario. Il microcredito offre a questi soggetti l’opportunità di affrancarsi dall’usura, di allargare la propria base economica e di prendere in mano il proprio destino, o almeno di facilitarli e predisporli, avviando e sviluppando attività produttive, fondamentali per uscire dalla condizione di povertà. Da qui prese via un circolo virtuoso, una vera e propria rivoluzione che vide cambiamenti in tutto il mondo, influenzando persino le idee della Banca Mondiale, la quale cominciò ad avviare progetti simili a quelli della Grameen. Il microcredito diventò uno degli strumenti di finanziamento utilizzati a livello globale per promuovere lo sviluppo economico e sociale, tanto da essere incluso nel primo punto dei SDGs, tra i servizi finanziari a cui ogni individuo deve avere il diritto di accedere.

 

Gli istituti di microcredito operano fornendo prestiti di piccola entità senza la richiesta di garanzie reali.

 

Ma è possibile trasformarlo in una realtà concreta e definitiva? Funzionerebbe allo stesso modo in altri contesti, anche completamente diversi da quello bangladese? Di quante e quali modifiche avrebbe bisogno a tal scopo? Queste le domande che sono sorte tra studiosi e professionisti con la diffusione del microcredito in tutto il mondo.

 

È possibile trasformare il microcredito in una realtà concreta e definitiva? Funzionerebbe allo stesso modo in altri contesti? E di quante e quali modifiche avrebbe bisogno?

 

Prima di provare a rispondere, è utile analizzare a livello teorico le questioni principali legate ai benefici specifici e all’effettiva utilità del microcredito. Innanzitutto, bisogna tenere presente che il sistema bancario tradizionale non è di fatto disposto a prestare denaro alle classi più povere per molteplici ragioni. Alcune di queste sono, teoricamente, ‘giustificabili’ e comprensibili, ma altre sono semplicemente il frutto di pregiudizi ereditati dal pensiero economico predominante. Insita nella struttura finanziaria del sistema bancario moderno, per esempio, c’è l’idea che fornire prestiti ai poveri non sia prudente, a causa dell’assenza delle garanzie necessarie per portare a buon fine l’operazione. Vero, anche se facilmente ovviabile. In ogni caso, però, le ragioni di fondo sono ben altre, tra cui la bassa redditività e la convenienza prettamente economica di erogare prestiti di ingenti quantità a pochi soggetti di classe medio-alta, piuttosto che piccole somme a molti soggetti di classe povera. A queste condizioni, è difficile pensare di poter superare una tale situazione. Si tratta di una delle gravi lacune del sistema bancario tradizionale, che ha creato nel tempo barriere istituzionali che segregano e imprigionano a livello economico e sociale le classi indigenti. Questo problema, però, riguarda anche i paesi industrializzati, in cui alcune categorie di persone sono arbitrariamente escluse dall’accesso al credito. Il fenomeno si chiama razionamento del credito, e rientra tra le anomalie teoriche del sistema finanziario moderno.

 

Una delle gravi lacune del sistema bancario tradizionale è il razionamento del credito.

 

A ciò vanno sommati alcuni tratti tipici della teoria economica contemporanea, tra cui la convinzione radicata che per combattere la povertà sia necessario creare posti di lavoro per tutti. Secondo l’impianto tradizionale, infatti, i poveri si aiutano solo procurando loro un impiego. Tutte le politiche economiche vanno in questa direzione, facendo investire capitali privati in aziende di grandi dimensioni che ci si attende possano innescare un circolo virtuoso su scala locale, il quale sia in grado di creare nuovi posti di lavoro: “Gli economisti sono affezionati a questa strategia perché la maggior parte dei libri di economia non prende in considerazione altro tipo di lavoro che quello salariato”, fa notare Muhammad Yunus, “In quelle pagine non c’è posto per chi vive producendo i propri beni o servizi per poi venderli direttamente a chi ne ha bisogno. Ma nel mondo reale, è proprio questa forma di lavoro autonomo che consente ovunque ai poveri di sopravvivere”. Quello che manca a queste persone, piuttosto, sono gli strumenti economici necessari per incrementare la produttività del proprio lavoro.

 

Secondo l’economia contemporanea i poveri si aiutano solo procurando loro un impiego.

 

Rifacendosi a queste idee, le istituzioni di microfinanza più ligie al mandato “originario” provano a rimediare ai deficit del sistema bancario tradizionale in vari modi. Secondo una distinzione operata dalla Fondazione Pangea, attiva nell’utilizzo di programmi indirizzati all’empowerment delle donne, i “veri” operatori di microcredito si possono distinguere in tre paradigmi. La prima di queste categorie, la più numerosa, è quella che raggruppa coloro che fanno microcredito con il focus della sostenibilità finanziaria dell’erogatore, siano esse banche o istituzioni di microfinanza. In questo caso, la ricaduta sociale generata dall’operazione rappresenta un’esternalità positiva, ma non l’obiettivo principale della stessa. Un altro approccio comune è quello per cui la microfinanza diventa uno strumento inserito in un programma di riduzione della povertà. In questi programmi l’obiettivo dell’operazione non è la restituzione del prestito, poiché spesso si tratta di organizzazioni sostenute da istituzioni pubbliche o agenzie internazionali. L’ultimo paradigma è quello dell’empowerment, che ha l’obiettivo di generare un miglioramento sociale e culturale attraverso la partecipazione economica delle donne.

Nonostante le divergenze tra le varie modalità del fare microfinanza, le difficoltà che queste organizzazioni incontrano sono pressoché le stesse. In primis, la limitata disponibilità del denaro necessario nella fase di avviamento del programma fino al raggiungimento del break-even point, l’equilibrio tra entrate e uscite. Richiedere finanziamenti all’estero può risultare pericoloso, in particolare nel caso di economie a elevato tasso d’inflazione, come quelle dei paesi in via di sviluppo: gli interessi reali pagati sui prestiti internazionali sarebbero notevolmente maggiori rispetto al valore nominale stabilito. A questo problema si è ovviato ricorrendo a più soluzioni. In primo luogo, enti nazionali o internazionali possono sostituire le organizzazioni di microfinanza, che non possono ricevere prestiti dal sistema bancario nazionale in quanto non dispongono delle garanzie necessarie. In secondo luogo, le istituzioni di microcredito possono semplicemente raccogliere depositi dai loro risparmiatori: un’operazione però che, paradossalmente, non è consentita per legge se queste fanno capo a organizzazioni non governative. Una terza soluzione è la costituzione dei cosiddetti wholesale funds, fondi destinati a imprese o organizzazioni che convogliano le donazioni all’avvio e alla gestione di programmi di prestito. Come discusso da Yunus nel 2010, impiegando questo strumento, una quota maggiore di denaro arriva nelle mani dei poveri, senza disperdersi a vantaggio di funzionari e consulenti sotto forma di salari, percentuali e spese varie. In questo modo, non solo si risparmiano le lunghe procedure richieste per l’approvazione delle donazioni, ma si può erogare un flusso continuo di finanziamenti, fino a quando i programmi di microcredito non hanno raggiunto un’autosufficienza istituzionale. Tutto ciò permette ai programmi di credito di trasformarsi da iniziative di carità, soggette al mutevole regime delle donazioni, in vere imprese con finalità sociali pienamente autosufficienti sul piano finanziario.

Al netto delle specifiche difficoltà che le istituzioni di microfinanza possono incontrare nel loro percorso, l’idea di fondo ha riscosso successo fin da subito, sia per la sua semplicità che per la relativa facilità di applicazione. Fin dalla sua comparsa, il microcredito ha attirato le attenzioni di innumerevoli economisti, filosofi, storici e intellettuali che hanno puntato i riflettori sui risvolti di questa rivoluzionaria iniziativa. È naturale, tuttavia, che tra questi siano presenti convinti sostenitori e altrettanti detrattori. Tra questi ultimi, alcuni sostengono che il microcredito non contribuirebbe in modo significativo allo sviluppo economico. Possono esistere situazioni, per esempio, in cui parte della società contribuisce e recepisce gli effetti dello sviluppo, mentre altri strati sociali ne rimangono esclusi. Le diseguaglianze sono spesso conseguenza inevitabile della crescita economica secondo la teoria tradizionale, la quale, comunque, considera questo processo denominandolo “sviluppo”. Non sarebbe, invece, tale per la dottrina ortodossa del microcredito, secondo la quale l’essenza dello sviluppo sta nel cambiamento della qualità della vita della frazione più povera della popolazione. In quest’ottica, risulta evidente che le due posizioni potrebbero non coincidere: quello che è identificato come un chiaro processo di sviluppo economico dalla teoria classica può non esserlo secondo i fondamentali del microcredito.

In secondo luogo, si sottolineano spesso le difficoltà di estendere la realtà del microcredito a contesti completamente diversi da quello in cui è nato. I progetti, infatti, andrebbero plasmati in modo tale da richiamare l’attenzione di altri tipi di poveri, come quelli che vivono nei paesi sviluppati. Ad esempio, negli USA è complicato ottenere gli stessi risultati che si potrebbero perseguire in paesi sottosviluppati o in via di sviluppo. La ragione ultima di questa difficoltà starebbe nelle differenze endogene tra i due gruppi target: la classe povera in un paese ricco ha caratteristiche molto differenti dalla classe più povera di un paese povero. Inoltre, molti policy-makers considerano la povertà come un mero problema di comportamento individuale, piuttosto che un fenomeno originato da cause di tipo strutturale. Agendo in questa direzione, si nega perciò il bisogno di ricorrere a manovre dello Stato volte ad aumentare l’occupazione o ad erogare trasferimenti di reddito: aiutare i poveri sarebbe pericoloso, perché minerebbe l’incentivo al lavoro, ideologia storicamente derivante dal pensiero neoliberale. Emergeranno, quindi, differenze rilevanti in termini di risultati conseguibili anche in ragione dell’impostazione economica, politica e sociale di un paese. A tal proposito, due studiose americane sostengono che Muhammad Yunus vinse il premio Nobel perché “L’approccio legato al settore bancario rinforza la visione neoliberale che inquadra le cause dell’origine della povertà nel comportamento individuale”. In effetti, sono state le istituzioni di impronta più neoliberale a sostenere sin dall’inizio l’impianto del microcredito: World Bank e US Agency for International Development (USAID), innanzitutto. Di fatto, però, l’idea fondante l’apparato del microcredito andrebbe in un’altra direzione: la povertà non è dovuta a un carattere interiore della persona, ignoranza o pigrizia che sia, bensì al carente sostegno delle strutture economiche e finanziarie del paese.

Infine, tra coloro che criticano l’impianto messo in atto dall’economista bengalese, c’è anche chi cerca di offrire spiegazioni a supporto dell’altra grande area di iniziative nell’ambito del microcredito, ovvero quelle orientate al profitto. Questi programmi praticano interessi maggiori, collocandosi oltre il 15 percento di maggiorazione sul tasso ufficiale di sconto. Molti, per esempio, sostengono la validità di questi progetti nell’operare nell’interesse dei poveri oltre che dell’economia in generale. Le imprese di microfinanza sarebbero avvantaggiate dall’applicazione di elevati tassi di interesse, che permetterebbero loro di raggiungere più rapidamente l’autosufficienza finanziaria. Così facendo, richiamerebbero più efficacemente l’attenzione degli investitori privati provenienti da paesi ricchi, riuscendo in definitiva a sviluppare meglio i servizi finanziari offerti ai poveri. Yunus, però, precisa che questa teoria funziona perfettamente solo all’interno del contesto in cui ragionano i suoi sostenitori, ovvero fintanto che i prestiti sono concessi a individui di classe medio-alta. Ma il microcredito “È un sistema di concessione di prestiti senza garanzia capace di far decollare attività che generino un reddito sufficiente a liberare i debitori dalla loro condizione di povertà”. Le istituzioni finanziarie che non hanno ben chiara questa definizione sono quelle che, pur dichiarandosi formalmente “di microcredito”, offrono prestiti a persone appartenenti ai ceti medi, i quali utilizzano queste risorse per finanziare i propri consumi invece che generare nuovo reddito. Non solo: nel compiere l’operazione richiedono anche regolari garanzie, assimilabili a quelle richieste dal sistema bancario tradizionale, oppure sono capaci di praticare interessi fino al 100 percento, che generano enormi profitti destinati agli investitori. I fini puramente speculativi di questi programmi hanno determinato effetti devastanti nelle rispettive aree del mondo in cui hanno proliferato: India, Bosnia, Nicaragua e Marocco sono stati gli scenari di decine di suicidi causati dalla pressione psicologica di queste false agenzie di microcredito. Le storie di Compartamos in Messico, e SKS Microfinance in India, ci insegnano che gli effetti dell’imposizione di tassi di interesse abusivi ha delle ricadute sul piano psicologico e sociale non irrilevanti. È la prova diretta, su scala minore, di quanto la speculazione finanziaria rappresenti il virus più letale del sistema economico contemporaneo.

 

La classe povera in un paese ricco ha caratteristiche molto differenti dalla classe più povera di un paese povero.

 

Milford Bateman, professore all’Università di Juraj Dobrila Pula in Croazia, attribuisce proprio alle fittizie istituzioni di microfinanza la causa del ‘fallimento’ del microcredito sulle economie locali di alcuni territori. Secondo Bateman, senza dubbio la microfinanza costituisce una sostenibile riduzione della povertà nei paesi sviluppati, ma non c’è prova del fatto che essa abbia un effetto positivo sul benessere dei poveri stessi. In quest’ottica, il successo della microfinanza non sarebbe nient’altro che il risultato di campagne pubblicitarie sproporzionate, pubbliche relazioni e show-business. Più nello specifico, il prof. Bateman individua tre fattori determinanti i limiti del microcredito. Innanzitutto, vi era la convinzione che la domanda locale di beni e servizi prodotta dalle microimprese sarebbe aumentata con l’aumentare dell’offerta. Ma un aumento dell’offerta nel mercato informale locale senza un relativo aumento della domanda reale non produce nessun cambiamento in termini di occupazione o di guadagni aggiuntivi. Inoltre, il fatto che sempre più microimprese stiano intraprendendo le loro attività all’interno dello stesso mercato satura presto i livelli di offerta, portando inevitabilmente ad una riduzione dei prezzi e dei guadagni di vendita, dunque margini inferiori e salari più bassi. Non solo: ciò avrà un effetto negativo sul tasso di occupazione, e nel lungo termine potrebbe determinare la bancarotta di queste piccole attività. È proprio ciò che accadde in Bosnia-Herzegovina, dove più del 50 percento delle microimprese stabilitesi fu costretta a chiudere le proprie attività nell’arco di un anno: il proliferare di piccole attività informali ha “spiazzato” le piccole-medie imprese già presenti nel territorio. Ciò accade perché la moltitudine di microimprese nel settore informale non è capace di collaborare con le imprese del settore formale per migliorare i processi che producono economie di scala. Un ultimo aspetto sorprendente è che la maggior parte del microcredito, al contrario di come viene spesso insegnato, non è utilizzato per la creazione di microimprese, ma piuttosto per finanziare il consumo familiare e coprire le spese sanitarie o scolastiche. Queste non generano risorse per ripagare i debiti, ma anzi costringono le famiglie a una condizione di sovraindebitamento. In questo contesto, il microcredito non fa altro che recare benefici agli investitori dei mercati finanziari, diventando una pratica totalmente controproducente nell’ottica del suo scopo originario: da soluzione miracolosa, ad una vera e propria trappola di povertà.

In futuro, si auspica che non siano supportate le istituzioni di microfinanza commerciali, e che giunga alla regolamentazione delle altre. Secondo il prof. Bateman, bisognerebbe interrompere i metodi di donazione neoliberali, controllare le frodi e focalizzare l’attenzione sui cattivi esempi di microfinanza, così da evitare che questi modelli siano seguiti dalle altre organizzazioni. Infine, stando alla mission principale per cui è nato il microcredito, sarebbe necessario affiancare la microfinanza con altre forme di sostegno alla povertà: introdurre il reddito minimo, o adottare i cosiddetti microsavings, sarebbero soluzioni intelligenti ed efficaci.

 

Bisognerebbe interrompere i metodi di donazione neoliberale, controllare le frodi e focalizzare l’attenzione sui cattivi esempi di microfinanza ed infine affiancare la microfinanza con altre forme di sostegno alla povertà (come reddito minimo e microsavings).

 

Riadattando una dichiarazione di Robert Buron, primo Direttore del Centro per lo Sviluppo dell’OCSE, ricordiamoci che il fine del microcredito dovrebbe essere la fine del microcredito.

 

Il fine del microcredito dovrebbe essere la fine del microcredito.

 

Riferimenti bibliografici

  • Bateman, M. (2010), Why Doesn’t Microfinance Work? The Destructive Rise of Local Neoliberalism, Zed Books;
  • Bosi, P. (2012), Corso di scienza delle finanze, il Mulino, Bologna;
  • Feiner, F. S. e Barker, K. D. (2006), Microcredit and Women’s Poverty, Granting this year’s Nobel Peace Prize to microcredit guru Muhammad Yunus affirms neoliberalism;
  • Fondazione Pangea, Report 2014;
  •  Yunus, M. (2013), Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, Milano;
  • Yunus, M. (2010), Un mondo senza povertà, Feltrinelli, Milano;
  • United Nations Non-Governmental Liaison Service (UNNGLS), The Microfinance Illusion: The post-2015 development agenda should rethink its development approach for local financing, News Archive 2013.

 

Sitografia

 

Foto: Bamboo product making unit in Dumka, Jharkhand. (CC BY-SA 3.0) by Jaimoen87

Leonardo Conte

About Leonardo Conte

Laureato MSc in Economics and International Politics presso l'Università della Svizzera Italiana di Lugano e l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha conseguito una Laurea in Metodi quantitativi per le Scienze Economiche all’Università Cattolica di Milano e specializzato in Economia e Politiche Internazionali, perfezionando gli studi in Australia e nel Regno Unito e approfondendo temi legati all’Economia dello Sviluppo, Economia Comportamentale, Storia del Pensiero Economico, Geografia e Politica Economica. Sì è formato presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) e ha collaborato con l’ONG AIESEC.

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