Il ruolo della politica per l’economia del futuro

Paolo Ricci

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Autore at CED - Center for Economic Development & Social Change
Presidente GBS - Gruppo Bilancio Sociale. Professore Ordinario di Economia Aziendale presso l'Università del Sannio
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Intervento del Professore Paolo Ricci tenutosi in occasione del convegno “Italia 2050”, organizzato dall’Italian Institute for the Future presso la Città della Scienza di Napoli, 16 novembre 2013, nell’ambito della Tavola Rotonda “Per un mondo più sostenibile”.

 

Ho molto gradito l’invito a partecipare a un evento come “Italia 2050”, in un momento di vuoto generale che caratterizza l’Italia. Richiamando il titolo della prima tavola rotonda dell’evento organizzato dall’Italian Institute for the Future, “Per un mondo più sostenibile”, voglio sottolineare in questo mio breve intervento che il problema che abbiamo di fronte è un problema essenzialmente politico, nel senso che l’Occidente intero e l’Italia ormai mancano della politica. Oggi ragioniamo sulle politiche, cioè sulle azioni che si possono intraprendere, ma manca la politica.

Ragionavo su tre verbi: prevenire, programmare e prescrivere. Questi tre verbi hanno tutti a che fare con la politica. La politica è chiamata a prevenire, aiutata dagli economisti che spesso sbagliano. Deve programmare, aiutata dal management pubblico che spesso risulta inadeguato. E poi deve prescrivere, cioè dire ciò che si deve fare, e trasformare queste idee in politiche. Ma questa non è un’azione solitaria, che si fa in laboratorio, in uno stabulario. É un’azione che parte nelle comunità, parte nei territori e secondo me o la politica parte dal basso, nel nostro Paese come nell’intero Occidente, oppure noi continueremo a parlare di strategie, di azioni, di politiche, ma senza più ripartire. Il dramma vero è che abbiamo rotto completamente con il senso della politica e la stessa persona non è più politica. La politica ha abdicato a favore dell’economia, per cui anche quando la politica deve fare qualche riflessione la fa sempre di carattere economico.

 

La politica è chiamata a prevenire, aiutata dagli economisti che spesso sbagliano. Deve programmare, aiutata dal management pubblico che spesso risulta inadeguato. E poi deve prescrivere, cioè dire ciò che si deve fare, e trasformare queste idee in politiche. Ma questa non è un’azione solitaria, che si fa in laboratorio, in uno stabulario. É un’azione che parte nelle comunità, parte nei territori.

 

Io sostengo che non esiste più la rappresentanza, soprattutto negli enti locali; esiste “l’esponenza”: vengono riportati problemi che si espongono a un livello istituzionale o politico superiore, che a sua volta lo espone a quello superiore e così via fino ad arrivare al commissario o alla commissaria europea di turno. La politica, e anche lo Stato, è catturata dall’economia. Se penso all’intento dell’Italian Institute for the Future, e cioè quello di costruire il futuro, penso che noi non siamo ancora usciti dalla fase di diagnosi, di analisi del momento in cui ci troviamo. Fino a quando ragioneremo di futuro, della sua costruzione, della sua immaginazione, dimenticando quali sono le cause che ci hanno portato nella condizione attuale, faremo esercizi interessanti, faremo attività di laboratorio, ma non risolveremo nulla.

 

Fino a quando ragioneremo di futuro, della sua costruzione, della sua immaginazione, dimenticando quali sono le cause che ci hanno portato nella condizione attuale, faremo esercizi interessanti, faremo attività di laboratorio, ma non risolveremo nulla.

 

Prendiamo ad esempio la globalizzazione. La globalizzazione è stata a lungo trattata come qualcosa con soli esiti positivi, avrebbe cioè creato solo benessere, finché abbiamo scoperto poi che è una concausa, nella sua parte peggiore, della crisi in cui ci troviamo. Come possiamo immaginare che si possa parlare di futuro quando, da circa vent’anni, le grandi imprese e corporation americane non vogliono sentir parlare di futuro? La finanza oramai è tutta speculativa, perché la ricchezza si può costruire in poche ore, a fronte di un’economia reale che impiegherebbe un po’ più di tempo. La visione a lungo termine che noi vorremmo dalla politica è inimmaginabile allo stato attuale perché la politica riconosce 4-5 elementi fondamentali di sopravvivenza, ha affidato all’economia il traino di tutti i processi, per cui quell’economia è un’economia prevalentemente finanziaria e non più reale, facendo scomparire la visione a medio e lungo termine. La grande impresa americana non ha più bisogno di fare strategie, visto che grazie alla finanza si può realizzare tutto in poco tempo, senza programmare. Quindi lo Stato, la Pubblica Amministrazione, devono riappropriarsi del proprio ruolo. Anche i processi di riforma della Pubblica Amministrazione sono la leva migliore che il capitalismo degli ultimi 15-10 anni ha introdotto per rendere sotto emergenza tutto. Ma è un’emergenza voluta in molti casi, necessaria alla politica, perché è quella che ti fa riformare in continuazione, che ti fa mettere in discussione le regole del gioco, che crea una serie di inadeguatezze. Lo Stato in Occidente, quindi, è catturato due volte: dall’economia e da quell’élite che crede di essere sovrana. Se non discutiamo di questo non potremmo pensare realmente di costruire il futuro.

 

Come possiamo immaginare che si possa parlare di futuro quando, da circa vent’anni, le grandi imprese e corporation americane non vogliono sentir parlare di futuro? La finanza oramai è tutta speculativa, perché la ricchezza si può costruire in poche ore, a fronte di un’economia reale che impiegherebbe un po’ più di tempo.

 

È evidente oggi che all’interno degli Stati e tra gli Stati crescono le disuguaglianze, e questo è il vero fallimento delle democrazie contemporanee. Invece di avere più democrazia abbiamo più populismo, che è la classica reazione del sistema politico davanti all’emergenza. È sempre funzionato così il mondo. Il futuro è la politica! Se non rimettiamo al centro la politica, scoppieremo! Le disuguaglianze ci uccideranno.

 

Il futuro è la politica! Se non rimettiamo al centro la politica, scoppieremo! Le disuguaglianze ci uccideranno.

Foto: “Aula di Montecitorio” (CC BY-ND 2.0) by Montecitorio

Paolo Ricci

About Paolo Ricci

Presidente del Gruppo di Studio per il Bilancio Sociale GBS, è Professore Ordinario di Economia Aziendale Università del Sannio e docente all'Università degli studi Roma Tre. Già Assessore tecnico al Piano Strategico, Europa e Sviluppo, è Presidente dell'Accademia delle Belle Arti. Tra le sue pubblicazioni "La rendicontazione di sostenibilità" (2014) e "Tempo della vita e mercato del tempo" (con Aldo Masullo, 2015)

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