Elezioni presidenziali USA: le motivazioni storiche di un risultato che ha scosso il mondo

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Le ragioni del successo di Donald Trump vanno ricercate a ritroso nella storia delle precedenti amministrazioni presidenziali statunitensi

Molto semplicisticamente potremmo affermare, parafrasando il gastronomo francese Jean Anthelme Savarin, “Dimmi chi voti e ti dirò chi sei”. Savarin, nel suo trattato del 1825 “Fisiologia del gusto”, scrisse “Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”. Il cibo, come ogni altro aspetto sociologico e comportamentale, è frutto di un retaggio culturale e quest’ultimo, a sua volta, è figlio della storia. La vittoria di Donald Trump alle elezioni statunitensi ha diffuso incredulità e stupore attraverso i mezzi mediatici di tutto il mondo, ma se si provasse a comprendere più a fondo il popolo che ha espresso simile preferenza ci si renderebbe conto di come queste elezioni siano un riflesso cristallino della cultura e dell’ontologia del popolo statunitense.

Una questione di radicata contraddittorietà

Si tratta di un continuum nella storia politica statunitense: la contraddizione latente di uno dei paesi più influenti della regione Atlantica e del gruppo OCSE, che ha da sempre mostrato una perenne oscillazione tra l’adozione di politiche isolazioniste e  interventiste. Da un DNA che sembra essere programmato per stabilire un primato assoluto rispetto agli altri popoli, si è generato un atteggiamento altalenante tra apertura e chiusura. Una natura contraddittoria, che può esserci utile per analizzare le recenti elezioni alla carica presidenziale dello scorso 6 Novembre.

Lasciare fuori gli USA dalle vicende internazionali era uno dei contenuti della “Dottrina Monroe”, scritta da John Q. Adams e pronunciata da James Monroe alla riunione annuale del Congresso nel dicembre del 1823. Con questo Atto veniva espressa la volontà degli Stati Uniti di proclamarsi come la potenza suprema nel Continente americano. Ciò avrebbe implicato una non ingerenza negli affari concernenti le potenze europee e una scarsa apertura verso eventuali tentativi, avanzati da queste, per entrare negli affari interni degli Stati Uniti d’America. Si potrebbe ritenere che la “Dottrina Monroe” sia stata, per certi versi, il frutto di una sbadata “interpretazione” del Farewell address, testamento spirituale e politico di George Washington. L’address prevedeva che un eccessivo coinvolgimento degli Stati Uniti nelle vicende europee avrebbe rappresentato il venir meno dei due pilastri fondamentali della recente Costituzione: libertà e uguaglianza.

Va considerato anche il fatto che sulla base dei movimenti massonici statunitensi si era andata diffondendo, a partire dal 1890, un’altra fondamentale teoria che sarà cruciale nel condizionare l’atteggiamento Usa: il “Destino Manifesto”. La teoria vedeva l’occupazione degli spazi vuoti del continente americano come una sorta di missione divina, fino a estendere questo approccio anche verso la politica estera e i territori oltreoceano.

Di lì in poi la politica estera statunitense oscillerà, proprio in ragione di questo fraintendimento, tra il bisogno di interferire nelle vicende politiche internazionali, con il manifesto obiettivo di affermare la propria supremazia anche al di fuori del continente americano, e la necessità di concentrarsi sui propri affari interni, escludendo dai propri confini il resto del mondo.

 

 

La politica estera statunitense oscillerà tra il bisogno di interferire nelle vicende politiche internazionali, con il manifesto obiettivo di affermare la propria supremazia anche al di fuori del continente americano, e la necessità di concentrarsi sui propri affari interni, escludendo dai propri confini il resto del mondo.

 

 

Dai primi del Novecento il Destino Manifesto si evolverà nell’idea, che spesso si dimostrerà più come un fanatico bisogno narcisistico, di esportare ovunque e a ogni costo i valori e i modelli statunitensi. Ecco allora spiegate le numerose operazioni militari della NATO promosse e volute dalle varie amministrazioni americane dagli anni Novanta ai primi Duemila: Desert Storm, Allied Force, Enduring Freedom, Iraqi Freedom. Tutte operazioni che dal 1990 ad oggi la NATO ha caldeggiato come una sorta di “moltiplicatore universale del modello democratico marcato USA” in paesi le cui dittature erano state, anni prima, favorite dalle stesse Forze Alleate per stabilizzare le aree di crisi.

Oggi, Donald Trump vince le elezioni con un programma i cui punti salienti, non da ultimi, sono un disimpegno degli USA dalla NATO e il ripristino di un’autarchia economica volta a incrementare la crescita con un massiccio stimolo della domanda interna e una riduzione delle importazioni.

 

 

Oggi, Donald Trump vince le elezioni con un programma i cui punti salienti, non da ultimi, sono un disimpegno degli USA dalla NATO e il ripristino di un’autarchia economica volta a incrementare la crescita con un massiccio stimolo della domanda interna e una riduzione delle importazioni.

 

 

In merito alle varie operazioni NATO tese a “esportare la democrazia e la civiltà nel mondo”, Trump così ha affermato durante i suoi vari comizi:

Dobbiamo ricostruire il nostro paese, le nostre infrastrutture. Sono atterrato in un aeroporto che stava cadendo a pezzi. Siete mai stati in Qatar? Ci sono aeroporti che gli americani nemmeno immaginano, cose che non hanno mai visto”.

Sempre in merito al ruolo degli Stati Uniti come poliziotti del mondo, Donald Trump ha sostenuto, senza giri di parole:

“Dobbiamo promuovere i nostri valori nel mondo, ma abbiamo un paese in cattive condizioni. […] Fermi tutti, dobbiamo prenderci cura di noi stessi, il mondo forse non è ancora consapevole, ma credo sia abbastanza adulto da cavarsela da solo. […]”.

 

Appare dunque chiaro che vi sia stato, da parte di Trump, l’intento a riprendere i principi del Farewell address di George Washington per farne il vessillo della sua campagna elettorale, e anche per questo i suoi elettori lo hanno votato. Ma come stupirsi? Questo è un “must” nella strategia di politica estera statunitense, ed è un “must” da sempre. Emblematico è stato l’atteggiamento degli USA nelle due Guerre Mondiali, o il ruolo egemone che questi hanno assunto dopo il crollo del Muro di Berlino e il conseguente collasso dell’URSS. Con l’allargamento a Est della NATO, attraverso il programma PfP (Partnership for Peace), hanno mostrato di non temere Grande Orso russo. Gli Stati Uniti si sono altresì illusi che la nuova Russia, per sempre, avrebbe abbassato i toni dinanzi all’avanzata del colosso NATO.

Quella stessa NATO che negli anni Novanta e Duemila avviò due operazioni, rispettivamente in Kosovo e Iraq, la prima senza l’avallo delle Nazioni Unite, la seconda con legittimazione postuma dell’Onu. Quella stessa NATO, che appena ieri era stata spinta oltremodo e oltremisura al disopra delle leggi che avrebbe dovuto difendere, viene ora posta in discussione dal programma del neo Presidente statunitense.

La vittoria di Donald Trump va attribuita anche al suo programma elettorale, nel quale ha presentato l’oggettività dei costi di un’alleanza militare che più volte, fin dalla fine della Guerra Fredda, ha dovuto “inventarsi” un nuovo lavoro per sopravvivere.

 

 

Donald Trump è stato votato anche grazie al fatto che ha presentato nel suo programma elettorale l’oggettività dei costi di un’alleanza militare che più volte, fin dalla fine della Guerra Fredda, ha dovuto “inventarsi” un nuovo lavoro per sopravvivere.

 

 

Ripercorrendo le tappe storiche delle strategie avanzate dalla NATO dalla disgregazione dell’URSS a oggi, noteremmo come l’Alleanza Atlantica abbia dovuto “sforzarsi per trovare una ragion d’essere”, secondo quella che è stata una fortunata espressione del politologo americano Wallace J. Thies nel suo lavoro “Why Nato endures?”. Oggi, gli Stati Uniti scelgono un Presidente che vuole dire basta alle continue spese per il mantenimento del ruolo di “Grande poliziotto del mondo”. Con Donald Trump gli elettori statunitensi hanno chiaramente mostrato che non vogliono più sobbarcarsi i costi dell’esportazione e del mantenimento della pace nel mondo.

 

 

Con Donald Trump gli elettori statunitensi hanno chiaramente mostrato che non vogliono più sobbarcarsi i costi dell’esportazione e del mantenimento della pace nel mondo.

 

 

Una storia che si ripete quando le cose vanno male: gli Stati Uniti scelgono di chiudersi nei propri confini

Se guardiamo alla Storia americana, ci rendiamo conto che gli Stati Uniti si sono sempre chiusi nell’isolazionismo quando la loro politica interna presentava problemi, o bisogni, ritenuti di vitale e primaria importanza. Se pensiamo che Harding, nel 1920, vinse le elezioni con una maggioranza schiacciante, è facile riscontrare le motivazioni nel fallimento della politica di Wilson. Il Presidente Wilson, mediante il suo progetto della Società delle Nazioni, ispirata ai 14 punti, non riuscì a dare l’esito sperato e in politica interna gli Stati Uniti iniziarono a perdere colpi su colpi. L’ambizioso programma wilsoniano si prefiggeva di rifondare le basi del commercio e della politica mondiali sui principi di democrazia e sviluppo.

La vittoria dei Repubblicani di Harding alle successive elezioni fu schiacciante. Nel suo programma vi era una chiara ripresa dei dettami della dottrina Monroe: “America agli americani!”. Il programma Harding prevedeva una politica protezionistica, xenofoba e un isolazionismo esacerbato a tal punto da rifiutare di prender parte alla Società delle Nazioni voluta dal suo predecessore. Gli Stati Uniti di allora, come quelli di oggi che auspicano a un disimpegno NATO, vollero dire no al loro ruolo di leadership mondiale. Quando si sviluppa un certo malcontento per una precedente amministrazione democratica, sembra che il popolo statunitense, spinto dalla paura, finisca col ricercare rifugio in forme di xenofobia, chiusura e protezionismo.

“L’Americanismo, e non il globalismo, sarà il nostro credo!”. Con quest’affermazione, Donald Trump rilancia di fatto la Dottrina Monroe e con essa prepara per gli Stati Uniti un futuro prossimo di austerity. Obiettivo primario sarà rivedere i trattati multilaterali che hanno fatto degli USA una potenza globale; del resto, definendo il NAFTA come “il peggior trattato commerciale della storia” e promettendo la fuoriuscita dal WTO, ha di fatto promesso un rifiuto aperto al mercato globale.

Per garantirsi la fiducia di partner commerciali che siano strategici, Trump ha promesso di respingere la maggior parte degli accordi multilaterali per rifondarne di nuovi, in forma bilaterale. Obiettivo del suo programma è rompere con Pechino, innalzando barriere tariffarie verso la Cina che, a suo dire, ha piegato l’economia statunitense creando “il più grande furto di lavoro della storia”.

 

 

Per garantirsi la fiducia di partner commerciali che siano strategici, Trump ha promesso di respingere la maggior parte degli accordi multilaterali per rifondarne di nuovi, in forma bilaterale. Obiettivo del suo programma è rompere con Pechino, innalzando barriere tariffarie verso la Cina.

 

 

Molti di questi aspetti si possono rinvenire nelle precedenti presidenze Usa. Richard Nixon, a differenza di Trump, ricercò in segreto un’apertura con la Cina, ma solo in chiave antisovietica; al pari di Trump, anch’egli promosse un disimpegno da quei Trattati economico-commerciali ritenuti troppo vincolanti per gli USA. Dal punto di vista finanziario, con gli accordi di Camp David del 1971 veniva di fatto abolito il sistema di Bretton Woods e si dava vita ad un meccanismo fluttuante dei cambi. Gli Stati Uniti, anche in quel caso, si tirarono indietro dal loro ruolo di Leader mondiali dal punto di vista economico e finanziario. Con lo Smithsonian Agreement, il dollaro venne svalutato e si diede l’avvio alla fluttuazione dei cambi. Con la Guerra in Vietnam la spesa pubblica per gli Stati Uniti era aumentata, la bilancia dei pagamenti si trovava in deficit, il dollaro sopravvalutato.

Nonostante, di fatto, avesse avviato un processo di chiusura economica, Nixon non si professò mai a favore di un vero e proprio isolazionismo, a differenza di Donald Trump. E sebbene avesse applicato un dazio alle importazioni del 10%, sostenne che “gli Stati Uniti sarebbero stati un faro per il mondo”, riguadagnando in tal modo il rispetto politico da parte di Giappone e Germania.

 

Concludendo, la vittoria di Trump si può spiegare anche con gli insuccessi in politica estera di Barack Obama

Tirando le somme, Donald Trump sembra aver cavalcato l’onda del malcontento statunitense per i risultati delle precedenti amministrazioni democratiche. Il candidato Repubblicano ha saputo porre in essere una campagna propagandistica dai toni accesi e all’insegna della trasgressione. Tutti i motivi per cui, stando a quanto detto dalla stampa mondiale, non avrebbe mai dovuto vincere, sono stati invece gli stessi che hanno decretato il suo successo. I fatti ci comunicano che gli Stati Uniti hanno scelto i toni duri, e ora bisognerà vedere se saranno soddisfatti di come Trump attuerà i punti del suo programma.

 

 

Donald Trump sembra aver cavalcato l’onda del malcontento statunitense per i risultati delle precedenti amministrazioni democratiche. Il candidato Repubblicano ha saputo porre in essere una campagna propagandistica dai toni accesi e all’insegna della trasgressione.

 

 

Ecco dunque che quanto sostiene la stampa mondiale non trova riscontro nella realtà pratica, rappresentata dalla natura più intima del popolo degli Stati Uniti. I giornali di tutto il mondo hanno mostrato reticenza per i toni duri della campagna elettorale di Trump, non prendendo in considerazione l’accorta psicologia di marketing che vi stava dietro. Hanno mostrato stupore per i risultati delle elezioni del 6 Novembre, trascurando ancora una volta quanto la scelta di Donald Trump di impostare una campagna politicamente scorretta fosse stata una buona strategia.

 

 

I giornali di tutto il mondo hanno mostrato reticenza per i toni duri della campagna elettorale di Trump, non prendendo in considerazione l’accorta psicologia di marketing che vi stava dietro. Hanno mostrato stupore per i risultati delle elezioni del 6 Novembre, trascurando ancora una volta quanto la scelta di Donald Trump di impostare una campagna politicamente scorretta fosse stata una buona strategia.

 

 

Le sanzioni volute da Obama per la Russia di Putin hanno avuto essenzialmente tre risultati, nessuno dei quali sembra essere stato positivo. Putin con l’annessione della Crimea ha mostrato che la Russia è presente sullo scenario globale come stato sovrano. Il gas russo è stato venduto per pochi dollari alla Cina e, di fatto, i due storici nemici hanno trovato un punto d’incontro. Questa prospettiva ha rappresentato, in quel momento, un possibile futuro fronte euroasiatico in grado di minacciare la sicurezza statunitense nel Mediterraneo. In sostanza, e qui arriviamo al terzo risultato, anziché avvantaggiarsi dei contrasti tra Russia e Cina, Obama ha favorito un loro riavvicinamento.

Una chiara dimostrazione di quest’ultimo aspetto è stato il processo di distensione che gli Stati Uniti si sono ritrovati a promuovere verso i due storici rivali: Cuba e Corea del Nord. Quanto Donald Trump sarà realmente intenzionato ad attuare alla lettera tutti i punti del suo programma, che sembra quanto mai sovversivo, autarchico e poco auspicabile, non ci è dato saperlo.

Il certo, e la storia ci ha spiegato perché, è che il candidato Repubblicano è stato votato proprio per questo programma. Per questo stesso e preciso programma, il popolo degli Stati Uniti d’America lo ha eletto come proprio Presidente e ha riposto in lui la piena fiducia. Donald Trump ha dimostrato di aver saputo comprendere a fondo il suo elettorato, avendo adeguatamente risposto, con il politicamente scorretto, alle sue più intime esigenze.

 

 

Donald Trump ha dimostrato di aver saputo comprendere a fondo il suo elettorato, avendo adeguatamente risposto, con il politicamente scorretto, alle sue più intime esigenze.

 

 

Riferimenti bibliografici

Adriana Castagnoli (2016), “Trump e la voglia di protezionismo”, Il Sole 24 Ore, consultato in data 02/12/2016;

AA. VV. (2016), “L’America di Donald Trump”, ISPI online, consultato in data 02/12/2016;

Ravinder Pal Singh, “Il nuovo ruolo degli stati uniti e la politica isolazionista”, consultato in data 02/12/2016;

Alessandro Gatti (2016), “Sanzioni alla Russia volute da Washington: cosa hanno comportato?”, Il punto di fuga, consultato in data 02/12/2016;

Wallace J. Thies (2009), “Why Nato endures?”, Cambridge University Press, United Kingdom;

J.B. Duroselle (1998), “Storia diplomatica dal 1919 ai nostri giorni”, Milano, LED, 1998.

 

Per approfondire

Dottrina Monroe;

Farewell address;

Partnership for Peace programme (PfP) – NATO;

Sistema Bretton Woods e Accordi di Camp David;

Smithsonian Agreement.

 

 

Foto: “Donald Trump for President Sign – West D” (CC BY-NC-ND 2.0) by Tony Webster

Alessandro Gatti

About Alessandro Gatti

Laurea Specialistica in Politiche Europee e Relazioni Internazionali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha conseguito un Master di II livello in Gestione della Banca e delle Assicurazioni presso l’Università degli studi "Roma Tre". Laureando Magistrale in Economia, Marketing e Qualità presso l’Università degli Studi della Tuscia, collabora da diversi anni come giornalista per riviste scientifiche di settore quali Equilibri.net, dell'Istituto Superiore di Politica Internazionale (ISPI), Eurasia e diversi quotidiani viterbesi. Gestisce i blog di storia e cultura Aliante Tuscia e il Punto di Fuga. Esperto di marketing, SEO, comunicazione per la vendita e organizzazione aziendale, è stato docente presso l'Ascom Confcommercio di Viterbo e consulente per il settore bancario e assicurativo.

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