Rischio e volatilità del settore agricolo nel Sud del mondo: shock esogeni, vulnerabilità e resilienza per i piccoli produttori

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Mambomba, a Tanzanian farmer, works in his rice field in the Ndanda region.

Nonostante il crescente fenomeno di urbanizzazione riscontrato in diversi paesi in via di sviluppo, il 55% della popolazione mondiale vive tuttora in zone rurali: una percentuale che pare destinata a crescere negli anni a venire, e che registrerà un chiaro declino solo a partire dal 2025. La povertà colpisce il 70% di questi individui, mentre il 35% vive in uno stato di estrema indigenza (meno di 1.25$ al giorno), complice anche il rischio sistematico che contraddistingue l’attività agricola (IFAD, 2010).

 

Rischio e agricoltura: una panoramica generale

Il rischio, concepito come quello spettro di scenari alternativi del mondo esogeni agli individui, è una variabile costante nell’esistenza degli abitanti del Sud del mondo (Dercon, 2005). Questa dinamica assume particolare rilievo all’interno del settore agricolo: la variabilità delle condizioni climatiche o la volatilità dei prezzi degli input e degli output caratterizzano l’agricoltura come un’attività costituita da elevati livelli di incertezza, con conseguenze tangibili sul benessere delle famiglie operanti in questo settore. A titolo di esempio, in uno studio compiuto tra il 1999 e il 2004 nell’Etiopia rurale da Dercon, Hoddinott e Woldehanna (2005), il 46.8% degli intervistati indicò i periodi di siccità come uno dei principali shock che aveva causato seri danni alle risorse del nucleo familiare e importanti fluttuazioni nei loro livelli di reddito e consumo. Nonostante ciò, il settore primario ricopre ancora un ruolo fondamentale nella grande maggioranza delle economie del terzo mondo: per il 57.3% degli individui che popolano l’Africa subsahariana, l’agricoltura rappresenta il principale mezzo di sussistenza (Dercon e Gollin, 2014).

 

Attori differenti, vincoli differenti

Tuttavia, Il rischio − data la sua natura esogena − non possiede il medesimo impatto su ciascun agente economico operante in questo settore, e le fluttuazioni di reddito che può causare sono fortemente legate alla tipologia di attore analizzato e alle sue capacità di far fronte a questi potenziali shock. È chiaro che il grado di soggezione al rischio di un agente economico dipende da una molteplicità di fattori differenti: asset a disposizione, capitale umano, reti sociali e contesto istituzionale. Eppure una delle principali linee di demarcazione tra i differenti attori impiegati nell’attività agricola è, indubbiamente, la dimensione del terreno sul quale gli stessi operano. In diverse aree del Sud del mondo, i piccoli appezzamenti appaiono la forma di attività dominante: aziende di meno di due ettari costituiscono il 78% in Asia del Sud e il 69% in Africa subsahariana (Deininger e Byerlee, 2012). Di conseguenza, appare importante chiedersi se le difficoltà affrontate da questi attori − e le strategie di prevenzione del rischio da essi adottate − non differiscano sostanzialmente rispetto a ciò che osserviamo per attività di maggior dimensione, e domandarsi, quindi, se esistano fattori che rendano questa categoria più esposta a fluttuazioni del reddito e alla possibilità di cadere in uno stato di povertà cronico.

 

Fluttuazioni del reddito e strategie di prevenzione del rischio

Una delle principali caratteristiche dei paesi in via di sviluppo è l’assenza di mercati del credito completi. Ciò implica che, all’interno di un nucleo familiare, le decisioni riguardanti il consumo e la produzione sono interdipendenti: di conseguenza, il rischio strutturale che caratterizza l’attività agricola influisce sulle strategie scelte dagli individui per generare il proprio reddito (Morduch, 1995). In tale contesto, appare evidente come la capacità di preservare le proprie fonti di reddito da shock esogeni − in assenza di strumenti creditizi − ha conseguenze dirette sul livello di consumo, e quindi sul benessere delle famiglie stesse.

A livello teorico possiamo distinguere due differenti livelli su cui gli agenti economici possono intervenire per mitigare queste fluttuazioni: ex-ante ed ex-post lo shock.

 

Strategie ex-ante

Per fronteggiare i fallimenti del mercato finanziario, gli agricoltori cercano di ridurre la volatilità del proprio reddito tramite azioni ex-ante. Queste strategie comportano aggiustamenti nella scelta degli input o negli schemi di produzione, come ricorrere a colture meno rischiose e meno esposte a fluttuazioni dei prezzi o ai cambiamenti climatici. Un esempio di tali applicazioni si riscontra nel Sud dell’India, dove le famiglie più povere e sensibili a fluttuazioni del reddito tendono ad assegnare una maggior porzione dei loro terreni a più sicure varietà di riso e cereali (Morduch, 1990).

Queste azioni preventive appaiono, tuttavia, meno presenti nelle grandi aziende agricole. Ciò è dovuto al fatto che tali agenti economici non devono far fronte ai medesimi vincoli di consumo dei piccoli operatori, e possono permettersi di assumere rischi più agevolmente. Allo stesso tempo, essi sono in grado di migliorare il coordinamento con i propri intermediari, producendo un’integrazione verticale che permette di consolidare la loro posizione all’interno del mercato e moderare le conseguenze avverse della volatilità dei prezzi. Tali strutture si osservano nel caso argentino, dove grandi società − sfruttando questa integrazione verticale − possono vantare un eccezionale potere di mercato, che permette alle stesse di ridurre in media i prezzi degli input del 10% e maggiorare il prezzo degli output del 20% (Manciana et al., 2009).

I grandi appezzamenti sembrano, inoltre, possedere un vantaggio comparato in una delle principali fonti di riduzione del rischio: la diversificazione, e i due suoi principali livelli di azione. Diversificare la produzione permette di mitigare le fluttuazioni dei mercati, e suddividerla tra aree differenti fornisce una strategia per assicurarsi contro i potenziali rischi climatici ed ambientali (Deininger and Byerlee, 2012). A causa delle ridotte dimensioni delle loro attività, i piccoli proprietari sono in grado di ricorrere alla diversificazione, ma ciò limita fortemente possibili economie di scala − una riduzione dei costi permessa da una maggior dimensione operativa − risultando in un trade-off tra riduzione del rischio potenziale e profitto atteso.

 

Strategie ex-post

Le strategie ex-post sono principalmente legate al mercato assicurativo e creditizio; tuttavia, la capacità di accesso a questi mercati varia notevolmente a seconda dell’agente economico considerato. Gli alti costi di transazione che contraddistinguono la provvisione del credito formale nelle aree rurali implicano che il costo marginale del prestito decresca con la sua entità, riducendo in questo modo la capacità dei piccoli agricoltori di poter contare su questi canali. A titolo d’esempio, si tenga presente che, da recenti stime, sappiamo che nei paesi in via di sviluppo circa 2.2 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi finanziari formali (IFAD, 2010). Al contrario, le grandi aziende possono usufruire di un canale preferenziale al credito o ai mercati finanziari esteri, i quali possono rappresentare una desiderabile alternativa contro l’inefficienza di quelli nazionali (Deininger and Byrelee, 2012). Inoltre, l’assenza di accesso al credito o a validi strumenti assicurativi spinge le fasce più povere di questa categoria ad assumere comportamenti controproducenti − come ridurre i pasti giornalieri − peggiorando le condizioni di salute e l’esposizione a malattie debilitanti, o rinunciare ad opportunità educative.

 

Un vincolo maggiore: preservare la salute fisica

Infine, è importante sottolineare come la produzione dei piccoli appezzamenti, dove spesso la proprietà coincide con la gestione dell’attività stessa, sia maggiormente sottoposta a shock relativi alla salute dei membri del nucleo familiare. Il corpo, infatti, rappresenta la principale risorsa di questi agenti economici, e l’attività rurale in genere comporta un elevato pericolo di infortunio, esercitando un effetto diretto sulle condizioni fisiche di questi individui. Di conseguenza, un membro adulto produttivo, in assenza di un accessibile ed efficace sistema sanitario troppo spesso carente nelle aree rurali, da principale fonte di sussistenza può diventare un fardello per l’intero nucleo: è per lui, infatti, che vengono spese risorse ed energie, altrimenti dirette alla produzione (Chambers, 2006). Studi empirici condotti in Kenya, ad esempio, dimostrano come la morte di un lavoratore adulto possa avere importanti e negative conseguenze sulla struttura produttiva, in termini di tipologie di colture scelte o produttività del suolo stesso (Yamano and Jayne, 2004).

 

Rischio, strategie preventive e poverty traps

Ciò che osserviamo, quindi, è una maggior esposizione al rischio per i piccoli proprietari, dovuta principalmente a un limitato accesso al mercato assicurativo e creditizio e all’inadeguatezza delle strategie preventive che possono implementare. Tale incapacità di fronteggiare la volatilità del proprio reddito può comportare, allo stesso tempo, gravi conseguenze sul benessere di lungo periodo. In particolare, può portare alla cosiddetta poverty trap.

Gli economisti definiscono questa condizione come un equilibrio d’indigenza dal quale non è possibile uscire senza un intervento esterno (Dercon, 2005). Vi sono almeno due vie che possono condurre gli operatori a tale avverso scenario: la prima è collegata al livello di asset posseduto dagli individui, la seconda è il risultato delle stesse strategie preventive messe in atto dai piccoli proprietari.

Gli shock esogeni hanno diversa natura (periodi di siccità, instabilità politica, crollo dei prezzi, malattie, etc.), ma in tutte le loro forme hanno effetti diretti sulle risorse disponibili al nucleo familiare. In particolare, l’assenza di una copertura assicurativa formale può comportare la perdita permanente di risorse produttive, poiché alcuni asset accumulati (come il bestiame, ad esempio) possono essere soggetti ai medesimi shock ambientali e climatici propri dell’attività agricola. Questi agenti, inoltre, potrebbero ricorrere alla vendita dei loro asset durante un periodo di crisi economica, con ulteriori e inaspettate conseguenze, poiché un’eccessiva offerta del bene in questione si limiterebbe a provocarne una caduta del prezzo, riducendo ulteriormente la ricchezza reale di questi agenti (Dercon, 2005). In entrambi i casi, se il livello delle risorse è spinto sotto una certa soglia, il rischio è quello di cadere in una “assets poverty trap”, che previene la possibilità di intraprendere attività lucrative, le quali necessitano un livello minimo di investimento, lasciando in questo modo il nucleo in una vera e propria “stagnazione del reddito” (Carter e Barrett, 2006).

In realtà, le stesse strategie ex-ante adottate da questi agenti per ridurre la loro esposizione al rischio possono condurre a un medesimo regime d’indigenza. Come osservato in precedenza, i piccoli proprietari tendono a modellare le proprie scelte produttive in maniera da ridurre le potenziali conseguenze di shock esogeni avversi. Queste scelte possono comportare non soltanto un sottoutilizzo di input (come il fertilizzante) riducendo in tal modo il rischio associato all’investimento negli stessi, ma anche la scelta di una produzione orientata a colture più sicure e allo stesso tempo meno redditizie (Morduch, 1995). In particolare, tale strategia viene adottata in casi in cui risorse alternative, in grado di contenere i rischi, siano assenti. Ad esempio, è stato osservato come in Tanzania i contadini che non potevano contare sul possesso di bestiame (utilizzato come buffer stock, “risorsa cuscinetto”), coltivassero nei loro campi una maggiore quantità di patate dolci: una coltura a basso rischio, ma anche a ridotto profitto (Dercon, 1996).

 

Quali politiche di intervento?

Finora ci siamo limitati a considerare i vincoli e l’elevata incertezza che i piccoli proprietari devono affrontare rispetto alle grandi aziende, e come queste differenze possano avere maggiori implicazioni sul loro benessere, comportando una potenziale minaccia di povertà cronica. Tuttavia, la definizione stessa di poverty trap implica un’analisi delle politiche di intervento che possono essere intraprese al fine di scongiurare un simile risultato.

Appare chiaro come i nuclei familiari adottino strategie tese a stabilizzare i propri flussi di reddito in casi in cui prevedano di essere incapaci di accedere ai canali formali del sistema creditizio e assicurativo (Morduch, 1995). Tali mercati rimangono, quindi, due delle principali e più impegnative aree di intervento.

 

 

Le opportunità offerte dai canali informali

Nella gran parte dei paesi in via di sviluppo, nonostante il successo di alcune politiche di promozione sociale, come i programmi di trasferimenti monetari condizionali − si veda Bolsa Família in Brasile o Oportunidades in Messico − un sistema di previdenza e sicurezza sociale universale appare ancora uno scenario difficilmente realizzabile. Ciò è dovuto non solamente al classico problema di incentivi della teoria economica tradizionale, per la quale un agente “perfettamente” assicurato mancherebbe di stimoli ad accrescere la propria produttività e tenderebbe ad assumere comportamenti più rischiosi: ciò che appare più rilevante in questi contesti è, invece, l’evidente limite nei bilanci statali e nelle capacità amministrative dei governi stessi, tratto saliente in molti paesi del Sud del mondo (Dercon, 2005). Se i canali formali si dimostrano inefficaci, quelli informali possono rappresentare una possibile soluzione. Da uno studio condotto da Park (2006) nelle zone rurali del Bangladesh, emerge come nuclei familiari appartenenti allo stesso baris − un agglomerato sociale di dimensioni minori rispetto al villaggio stesso − raggiungano una notevole resilienza rispetto a fluttuazioni del reddito grazie alle reti informali di assicurazione istituite all’interno di tali comunità. Questi piccoli gruppi, sfruttando le relazioni di fiducia reciproca già esistenti, sono in grado di superare i convenzionali problemi di asimmetrie informative − come l’azzardo morale − facilitando l’implementazione di una rete di protezione alternativa contro shock idiosincratici alle singole famiglie. Grazie a tali network informali, gli individui appaiono meno propensi ad assumere altre strategie di prevenzione del rischio potenzialmente dannose, preservando un livello di asset che permetta ancora delle modalità di produzione remunerative. Altri esempi sono dati dai ROSCAs (Rotating Savings and Credit Associations), come pure i self-help groups in India: istituzioni informali tese a elargire forme di credito ai loro membri. Tuttavia tali strutture non possono costituire una soluzione definitiva, e rimangono contraddistinte da diverse imperfezioni. È chiaro, infatti, come queste reti possano fornire solo una copertura limitata ai rispettivi membri, e ciò è una conseguenza diretta della loro natura informale; inoltre, le fasce più emarginate della società possono comunque rimanere escluse da tali forme di assistenza. Allo stesso tempo, poiché nascono tra famiglie che popolano le stesse aree, questi network appaiono inefficaci contro i covariate shocks, ovvero rischi che possono colpire con la stessa intensità tutti gli attori operanti in una zona specifica (ad esempio un terremoto, un uragano, etc.) (Dercon, 2005).

 

Quale ruolo per le istituzioni nazionali e sovranazionali?

Appare evidente, quindi, quanto sia desiderabile − e necessario − un intervento statale. Supportare la socializzazione del rischio a livello locale è, senza dubbio, un punto di partenza: i governi centrali dovrebbero fornire quel livello superiore di coordinamento tra i differenti network in grado di accrescere la loro capacità di resilienza contro shock di elevata magnitudine su aree estese. I governi dovrebbero, inoltre, accrescere i loro sforzi nel garantire un maggiore accesso ai canali formali di assicurazione nelle zone rurali, cooperare con le istituzioni finanziarie di modo da poter fornire soluzioni adeguate, specificamente ideate per i piccoli proprietari a basso reddito, ma in grado anche di coprire i principali shock cui questi sono esposti (ad esempio fluttuazioni nei prezzi degli output, condizioni climatiche avverse) (Dercon, 2005). Una strada promettente appare quella aperta dagli strumenti assicurativi indicizzati sul livello delle precipitazioni, in grado di contribuire a ridurre fortemente il rischio legato agli shock di tipo climatico (IFAD, 2010). Tuttavia, tali prodotti rimangono costosi e di complessa elaborazione, specifici al contesto ecologico per il quale sono pensati.

Assicurare prezzi e mercati per i piccoli agricoltori è altresì una possibile soluzione per ridurre il rischio intrinseco nel settore primario, ma può comportare disincentivi rispetto all’innovazione e a minori incrementi nella produttività. Parallelamente, azioni tese ad accrescere l’accesso ai canali formali del credito potrebbero produrre risultati più auspicabili. Infatti, grazie ai prestiti, gli individui possono investire, accrescere il proprio livello di asset e di conseguenza il loro reddito e i loro risparmi, riducendo pertanto il rischio di cadere in una poverty trap. Inoltre, ogni azione intrapresa dal governo per incrementare la diversificazione delle fonti di reddito degli individui, come forme di microimprenditorialità parallele all’occupazione agricola, è capace di migliorarne il benessere, supportando la loro abilità di affrontare shock imprevisti. Tanto più che, nei paesi in via di sviluppo, tale differenziazione delle attività è una caratteristica tipica delle strategie di prevenzione del rischio adottate dalle fasce più povere della popolazione (Chambers, 2006).

Parallelamente a questi interventi, provvedere le aree rurali di un sistema sanitario accessibile ed efficaceaiuterebbe a ridurre gli effetti negativi che le malattie debilitanti hanno sui mezzi di sussistenza dei nuclei più sensibili − vendita di asset, vincoli alle scelte produttive o perdite di conoscenza tecnica − preservando di conseguenza la risorsa economica più importante per questi individui: il proprio corpo.

Purtroppo, è chiaro come tali programmi richiedano una capacità politica e delle risorse economiche e amministrative troppo spesso assenti nella maggior parte dei governi dei paesi in via di sviluppo. Pertanto, assistenza esterna tramite ONG, organizzazioni internazionali e istituzioni sociali a livello locale possono fornire un aiuto concreto per lavorare lungo i canali precedentemente tracciati.

In conclusione, è di fondamentale importanza che i diversi organismi, sia a livello locale, sia a livello nazionale e internazionale, riconoscano le specifiche difficoltà e l’elevata incertezza che i piccoli proprietari sono costretti ad affrontate. È necessario, quindi, elaborare interventi mirati, in modo da poter limitare strategie di prevenzione dei rischi che possano rivelarsi dannose per il benessere di lungo periodo di questi attori economici.

 

Riferimenti Bibliografici

  • Carter M. R. & Barrett C. B. (2006), “The Economics of Poverty Traps and Persistent Poverty: An Asset-Based Approach”, in Journal of Development Studies, Vol. 42 (2), pp. 178-199;
  • Chambers R. (2006), “Vulnerability, Coping and Policy”, in IDS Bulletin, Vol. 37 (4), pp. 33-40;
  • Deininger K. & Byerlee D. (2012), “The Rise of Large Farms in Land Abundant Countries: Do They Have a Future?”, in World Development, Vol. 40 (4), pp. 701-714;
  • Dercon S. (1996), “Risk, Crop Choice and Savings: Evidence from Tanzania”, in Economic Development and Cultural Change, Vol. 44 (3), pp. 385–514;
  • Dercon S. (2005), “Vulnerability: a micro perspective”, in Queen Elizabeth House Working Paper Series, No. 149;
  • Dercon S.,  Hoddinott J. & Woldehanna T. (2005), “Vulnerability and shocks in 15 Ethiopian Villages, 1999-2004”, University of Oxford, mimeo;
  • Dercon S. & Gollin D. (2014), “Agriculture in African Development: A Review of Theories and Strategies”, Centre for the Study of African Economies, University of Oxford, CSAE Working Paper WPS/2014-22;
  • IFAD (2010), Rural Poverty Report 2011, Rome: International Fund for Agricultural Development (IFAD);
  • Manciana E., Trucco M. & Piñeiro M. (2009), “Large scale acquisition of land rights for agricultural or natural resource-based use: Argentina”, Buenos Aires, Draft Paper Prepared for the World Bank;
  • Morduch J. (1990), “Risk, Production and Saving: Theory and Evidence from Indian Households”, Harvard University, Manuscript;
  • Morduch J. (1995), “Income Smoothing and Consumption Smoothing”, in Journal of Economic Perspectives, Vol. 9 (3), pp. 103-14;
  • Park C. (2006), “Risk-Pooling between Households and Risk-Coping Measures in Developing Countries: Evidence from Rural Bangladesh”, in Economic Development and Cultural Change, Vol. 54 (2), pp. 423-457;
  • Yamano T. & Jayne T. S. (2004), “Measuring the Impacts of Working-Age Adult Mortality on Small-Scale Farm Households in Kenya”, in World Development, Vol. 32 (1), pp. 91–119.

 

Foto: Mambomba, a Tanzanian farmer, works in his rice field in the Ndanda region. (CC BY-SA 4.0) by Felicity Feinman

Daniele Guariso

About Daniele Guariso

Dottorando di Ricerca in Economia presso la University of Sussex, dove ha precedentemente conseguito un MSc in Development Economics. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all’Università di Pavia, ha svolto periodi di studio in Francia ed Olanda. I suoi principali temi d’interesse sono l’economia dei conflitti, i trend strutturali e demografici e il ruolo delle istituzioni nello sviluppo economico.

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