Economia Circolare: verso un nuovo modello di sviluppo economico sostenibile

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La crescita economica globale sta affrontando crescenti sfide in termini di sostenibilità. In questo scenario si colloca appieno uno degli ultimi modelli di crescita avanzati, quello di Economia Circolare (EC), che affronta in maniera più incisiva la dimensione economica e quella ambientale. L’EC si presenta come un modello di sviluppo sostenibile che promette crescita a costi minimi o nulli in termini di materie prime, energia e impatto ambientale. Se la Rivoluzione Industriale prometteva benefici economici provenienti dall’abbondanza di risorse disponibili, l’EC lancia la sfida di fornire benefici economici derivanti da una quantità di risorse vincolante.

Possiamo iniziare a esaminare il modello partendo dal Paese maggiormente coinvolto in questa sfida: la Repubblica Popolare Cinese. Inquadrando il contesto storico-economico, va ricordato che a partire dagli anni ‘80 l’economia Cinese ha conosciuto uno sviluppo economico senza precedenti, accompagnato da una crescita demografica esponenziale, avvenute a fronte di un significativo impatto ambientale. Trend che costituiscono e costituiranno una dinamica sempre più comune per molti paesi in via di sviluppo.

Altro aspetto da considerare è segnalato dal fatto che, una volta cresciuta la popolazione e la middle class globale, aumenteranno anche il reddito disponibile e la domanda di commodity fondamentali, come metalli, minerali e combustibili fossili. Questo, unito a crescenti costi di esplorazione ed estrazione e un clima geopolitico instabile, porterebbe a un costante aumento dei prezzi e della loro volatilità a lungo termine. Come mostrato dal grafico che segue, l ’aumento dei prezzi delle commodity a partire dal 2000 ha cancellato il declino dei prezzi avvenuto nel secolo scorso.

 

[McKinsey Commodity Price Index. Fonte: Grilli and Yang; Pfaffenzeller; World Bank; International Monetary Fund; Organisation for Economic Cooperation and Development (OECD) statistics; Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO); UN Comtrade; McKinsey Global Institute analysis].

[McKinsey Commodity Price Index. Fonte: Grilli and Yang; Pfaffenzeller; World Bank; International Monetary Fund; Organisation for Economic Cooperation and Development (OECD) statistics; Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO); UN Comtrade; McKinsey Global Institute analysis].

Nel tentativo di limitare l’utilizzo eccessivo di risorse, i policy maker hanno a lungo adottato la soluzione data da una tassazione ambientale. Questa, rendendo il costo marginale privato uguale al costo marginale della collettività (comprendente le esternalità negative sull’ambiente), ristabilisce un’allocazione ottimale delle risorse. Recentemente, questo strumento non sembra più adeguato ad affrontare il crescente impatto ambientale dell’economia globale.

 

L’Economia Circolare si presenta come un modello di sviluppo sostenibile che promette crescita a costi minimi o nulli in termini di materie prime, energia e impatto ambientale.

 

L’idea di EC si diffonde negli anni ‘70 grazie agli accademici Kenneth E. Boulding, John T. Lyle e Walter R. Stahel, e viene successivamente ripresa negli anni 90’ da David W. Pearce. L’EC, superando altri modelli di sviluppo sostenibile, come quelli di decrescita ed economia stazionaria, prende origine dalla teoria dei sistemi coniugata all’economia ecologica in campo industriale. Il modello economico si fonda su concetti quali sharing, leasing, ristrutturazione, riuso e riciclo in un ciclo continuo (quasi) chiuso; particolare rilievo assumono i suoi pilastri, le “3R”: Riduzione, Riuso e Riciclo, coniugate in un approccio “top-down”. L’obiettivo è di ottenere la massima utilità dalle risorse utilizzate ottimizzando il valore delle materie prime e di scarto (urbano e industriale), promuovendo l’efficienza e riducendo al minimo lo spreco. La gestione del materiale di rifiuto ha un ruolo centrale: dalla costituzione di un mercato secondario fino allo sviluppo di nuovi prodotti ed energia rinnovabile. Inoltre, l’EC ridefinisce l’idea di proprietà: il consumatore finale è unicamente il fruitore di un servizio. Pagando un costo, egli utilizza temporaneamente una determinata quantità di risorse e materiali, restituendoli alla fine della loro utilità.

Nel 2002, l’idea di EC viene introdotta dal governo cinese come development policy capace di alleviare il contrasto tra sviluppo economico e carenza di risorse naturali ed energetiche. Nell’ultimo decennio di esperienza cinese, il risultato è stato un significativo incremento di produttività ed efficienza nell’utilizzo delle risorse disponibili, sia nella fase di produzione sia di consumo. Un’adozione più ampia del concetto di EC stabilizzerebbe i prezzi di commodity fondamentali assicurando un’offerta stabile di materie prime, diminuendo la dipendenza dall’import e migliorando la bilancia commerciale. Un’economia meno vulnerabile nei confronti di shock (di domanda e di prezzo) diventerebbe più resiliente, agevolando gli investimenti.

Venendo all’UE, il 2 dicembre 2015 la Commissione Europea ha adottato un pacchetto di riforma a sostegno dell’Economia Circolare. L’Action Plan comunitario stabilisce misure concrete circa il ciclo di vita di un prodotto: dalla produzione (ad esempio, eco-design) e consumo (ad esempio, acquisti pubblici verdi), fino alla gestione del rifiuto e al mercato secondario dei materiali di scarto. Questo avviene attraverso uno schema regolatore, costituito da obblighi e standard, e un quadro giuridico, che garantisce competizione e sanzioni grazie a sistemi di monitoraggio e prevenzione. Ambiziose le aspettative: si punta a incrementare la competitività e la crescita anche attraverso lo sviluppo di eco-parchi industriali, network industriali in simbiosi capaci di incrementare efficienza, innovazione tecnologica ed occupazione attraverso interazione e scambio di risorse.

 

L’obiettivo dell’Economia Circolare è di ottenere la massima utilità dalle risorse utilizzate ottimizzando il valore delle materie prime e di scarto (urbano e industriale), promuovendo l’efficienza e riducendo al minimo lo spreco.

 

Eco- efficienza e gestione del materiale di rifiuto

L’obiettivo di efficienza mira a migliorare il rapporto tra input (impatto ambientale) e output (rendimento) attraverso regole di condotta, tecnologia e programmazione. Le motivazioni sono legate alla crescente scarsità di risorse e al crescente impatto ambientale di produzione, cosi come al mero risparmio economico. Le sfide sono molteplici. In primis, gli incentivi sono insufficienti. Questo è dovuto ai prezzi di alcune materie, troppo bassi per incoraggiare il riciclo e l’efficienza. Inoltre, gli investimenti in efficienza richiedono periodi di pay-back più estesi rispetto agli standard industriali, oltre ad un significativo importo di capitale. L’incenerimento dei materiali di scarto per il recupero di energia sarebbe un grande successo. Gli impianti di incenerimento trattano i materiali di scarto in modo da evitare che materiali inquinanti entrino nella catena di riciclo. Questi scarti residui vengono trasformati in energia sotto forma di vapore o elettricità. Metalli e minerali ancora utilizzabili sono, invece, rimessi sul mercato secondario. È da evidenziare come una parte significativa di questi materiali siano materia organica (biomassa), il che significa produzione di energia rinnovabile. Aumentare la porzione di energia derivante da questi materiali significherebbe diversificare le fonti di energia verso il rinnovabile, aumentando la sua capacità produttiva e spingendo verso una generale diminuzione dei prezzi energetici.

 

L’obiettivo di efficienza mira a migliorare il rapporto tra input (impatto ambientale) e output (rendimento) attraverso regole di condotta, tecnologia e programmazione. Le motivazioni sono legate alla crescente scarsità di risorse e al crescente impatto ambientale di produzione, cosi come al mero risparmio economico.

 

Eco-parchi industriali

L’EC implica lo sviluppo di eco-parchi industriali. Per la loro complessità, questi network industriali necessitano di interventi governativi a loro favore: standard ambientali rigidi, tassazione ridotta, sussidi ed incentivi finanziari di lungo termine, così come lo sviluppo di un sistema di servizi e infrastrutture, in particolare ferrovie, strade. Gli eco-parchi industriali hanno lo scopo di abbattere i costi attraverso economie esterne di scala e l’impatto ambientale di produzione, limitando le perdite sistemiche di risorse a livello geografico. L’obiettivo è integrare le piccole e medie imprese, spesso le meno efficienti, attraverso politiche di sviluppo regionale e di pianificazione territoriale innovative.

Nel Regno Unito, tra il 2005 e il 2013, il National Industrial Symbiosis Programme (NISP) ha analizzato 15.000 imprese coinvolte in progetti di eco-parchi industriali, raggiungendo i seguenti risultati: – Incremento di vendite per 1 miliardo di sterline e riduzione dei costi per 1,1 miliardi; – Emissioni di CO2 ridotte di 39 milioni di tonnellate; – Materiali di scarto ridotti di 45 milioni di tonnellate; – 10.000 posti di lavoro creati o tutelati.

 

Gli eco-parchi industriali hanno lo scopo di abbattere i costi attraverso economie esterne di scala e l’impatto ambientale di produzione, limitando le perdite sistemiche di risorse a livello geografico.

 

Green jobs

Queste green industry possiedono un’enorme potenziale in termini di posti di lavoro. Questi rientrano appieno nella definizione di green jobs fornita dall’US Bureau of Labor Statistics, la quale si riferisce a lavori che producono beni o servizi volti a tutelare l’ambiente utilizzando un processo produttivo che sia più rispettoso dell’ambiente. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), l’effetto delle green industries sarebbe un guadagno netto i termini di occupazione, tenendo conto dei posti di lavoro persi in settori industriali concorrenti. Questo è dovuto al fatto che i green jobs hanno una maggiore intensità di lavoro, dal momento che richiedono più lavoratori per output. Se si pensa alla singola attività di riciclo, essa opera a livello micro, andando a sostenere l’occupazione a livello regionale e locale. Adeguate politiche del lavoro, in particolare istruzione e formazione, in linea con il nuovo paradigma di EC e con la realtà istituzionale di ogni singolo paese, possono operare in sinergia al fine di rafforzare la competitività e l’occupazione di un paese. Secondo le stime dell’UE, entro il 2020, l’EC sarebbe in grado di creare 160.000 posti di lavoro.

 

Adeguate politiche del lavoro, in particolare istruzione e formazione, in linea con il nuovo paradigma di EC e con la realtà istituzionale di ogni singolo paese, possono operare in sinergia al fine di rafforzare la competitività e l’occupazione di un paese. Secondo le stime dell’UE, entro il 2020, l’EC sarebbe in grado di creare 160.000 posti di lavoro.

 

Considerazioni: vantaggi e svantaggi dell’EC

L’idea di superare modelli di sviluppo sostenibile come la decrescita e l’economia stazionaria, muovendosi verso un più realistico obiettivo di crescita qualitativa, sembra un punto a favore dell’EC. Dopo il passo decisivo preso in sede comunitaria, ci si aspetta che l’EC dimostri di soddisfare le aspettative non solo in termini di obiettivi, ma soprattutto in termini di fattibilità. I sistemi economici, come le persone, sono guidati dagli incentivi e la loro fattibilità è data da un’analisi costi-benefici. Secondo il World Economic Forum, il momento di agire non è mai stato più favorevole. Questo, per la facilità e convenienza economica nell’adottare nuove tecnologie, a fronte di crescenti costi di produzione. Un altro fattore favorevole è la crescita della popolazione urbana globale. Un utilizzo più centralizzato renderebbe la logistica, il consumo e la gestione del rifiuto urbano più efficiente, e in termini di costi, più efficace. Una crescente popolazione urbana incrementerebbe ulteriormente i servizi on-demand e la porzione di sharing economy, entrambi capaci di sbloccare l’utilizzo di asset e risorse sottoutilizzate.

Lo stesso Sergio Ulgiati (Ghisellini et al., 2015), forte sostenitore dell’EC, chiarisce come i benefici ottenuti dal riciclo tendono ad avere rendimenti decrescenti, così da raggiungere un punto tale dove esso diventa troppo costoso in termini ambientali ed economici. Purtroppo, nei paesi in via di sviluppo, questa soglia di riciclo rischia di essere estremamente bassa. La mancanza di capitale finanziario per investimenti in efficienza, la significativa porzione di economia informale, così come la presenza di altre priorità (servizi essenziali), possono rendere gli obiettivi dell’EC minoritari.

 

Secondo il World Economic Forum, il momento di agire non è mai stato più favorevole.

 

Stime per l’UE

Le analisi della Commissione Europea stimano che miglioramenti nell’efficienza di utilizzo delle risorse ridurrebbero gli input di materiali dal 17 al 24 percento entro il 2030, con un totale risparmio di 630 miliardi all’anno nel settore industriale Europeo (in primis il settore automobilistico), pari al 3,5 percento del GDP Europeo.

Il mercato unico Europeo appare uno strumento da sfruttare per il raggiungimento degli obiettivi di EC. Secondo Julia Pyper (2011), gli inceneritori, per i quali l’Europa detiene il primato con oltre 400 impianti, deviano l’utilità dei materiali di rifiuto verso il più basso valore nella scala di riuso, cioè la produzione di energia. Enfatizzare gli strumenti di libero mercato a favore di un mercato secondario significherebbe deviarli verso un utilizzo più redditizio. Incrementando gli incentivi economici e coinvolgendo un numero maggiore di imprese, si limiterebbero le perdite sistemiche di risorse, ottenendo il massimo obiettivo al costo più basso.

Un corretto ed equilibrato mix di strumenti di mercato, da integrare allo schema regolatore, sembra necessario. Come per le emissioni di CO2, un’idea potrebbe essere quella di definire un tetto massimo di rifiuto, decrescente nel tempo, con un Waste Trading Scheme. In questo modo, le imprese inadempienti potrebbero negoziare il permesso a produrre un eccesso di rifiuto. Il prezzo di questo eccessivo rifiuto aumenterebbe nel tempo, incentivando l’adozione di nuove tecnologie per il riciclo e l’ammodernamento degli impianti, portando ad un incremento del gettito pubblico.

 

Le analisi della Commissione Europea stimano che miglioramenti nell’efficienza di utilizzo delle risorse ridurrebbero gli input di materiali dal 17 al 24 percento entro il 2030, con un totale risparmio di 630 miliardi all’anno nel settore industriale Europeo (in primis il settore automobilistico), pari al 3,5 percento del GDP Europeo.

 

Primi risultati per l’Italia

A inizio 2016, il collegato ambientale o ddl “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturaliè divenuto legge. Si possono riscontrare pareri discordanti: mentre il Commissario Europeo per l’Ambiente, gli Affari Marittimi e la Pesca Karmenu Vella ha lodato l’impegno profuso dall’Italia, in linea con il progetto comunitario, Luca Aterini (2015), direttore di GreenReport, non è dello stesso parere. Secondo quest’ultimo, il ddl appare in linea con gli obiettivi comunitari solo in termini di riciclo e raccolta differenziata, senza alcuna ambizione ad ampliare la vision all’intero sistema economico. A questo, si aggiunge un impegno insufficiente in termini di risorse economiche (ad esempio, finanziamenti e sussidi). A supporto di Aterini ci sono le procedure di infrazione in corso nei confronti dell’Italia circa l’eccessivo ricorso alla discarica. Al riguardo, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha annunciato la costruzione di 8 inceneritori all’interno del ddl SbloccaItalia.

Nonostante i primi risultati, il percorso verso il raggiungimento di una vera EC, in Italia, in UE e nel mondo, risulta ancora lungo e complicato.

 

Riferimenti Bibliografici

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Mattia Ferrari

About Mattia Ferrari

Laureato Magistrale in Politiche Economiche presso la Ruhr University di Bochum. Precedentemente ha ottenuto una Laurea Triennale in Economia Europea presso l’Università degli Studi di Milano. Ha collaborato presso il Willy Brandt Center for European and German Studies di Breslavia. I suoi temi di interesse riguardano la politica energetica, l’economia delle infrastrutture e dei servizi pubblici, sviluppo economico e ambiente.

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