Lo European Accessibility Act e il cambiamento del paradigma europeo sulla disabilità: l’evoluzione dello sviluppo inclusivo

Chiara Alonzo

Chiara Alonzo

Project Manager presso ICstat - Centro per la Cooperazione Statistica Internazionale
Chiara Alonzo

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Il caso della macchinetta ATM: prodotta in Spagna secondo le disposizioni nazionali in materia di accessibilità, accettata di Svezia, viene rifiutata dalle Danish State Railways a causa degli eccessivi costi di adattamento rispetto agli standard previsti dalla Danimarca (DS 3028) sull’altezza del monitor. Caso analogo si verifica in Germania.

 

Sviluppare un tessuto imprenditoriale nella nicchia di mercato dell’accessibilità, o semplicemente inserirvisi, oggi è assai difficile. Tutti vengono danneggiati da una simile situazione: i produttori, per le difficoltà riscontrate nel rispondere alla domanda; le istituzioni pubbliche e il consumatore, perché la concorrenza è limitata, l’offerta ridotta e gli strumenti di autonomia spesso insufficienti. Si stima che solo i consumatori ogni anno sostengano un ”costo opportunità” oscillante tra 2.3 milioni di euro per gli e-book e 8.9 miliardi di euro nel caso dell’e-commerce e dei siti web. Il risultato è un generale incremento dei costi e una significativa perdita di opportunità per il sistema e per la persona con disabilità.

L’Europa sembra avere preso atto di questa situazione e oggi riconosce la necessità di affiancare le dinamiche di mercato al diritto della persona con disabilità di condurre una vita autonoma. In altri termini, l’accessibilità, perché possa contribuire a uno sviluppo sostenibile e inclusivo, deve ammiccare anche ai meccanismi di mercato. Solo in questo modo potrà generare esternalità positive per tutta la società, sia in campo economico sia in quello dei diritti. Questa è, sostanzialmente, la piega che l’Unione Europea ha dato ai propri recenti paradigmi di sviluppo − specialmente in materia di disabilità − e la proposta del tanto atteso e discusso European Accessibility Act (EAC), pubblicata il 2 dicembre 2015, sembra esserne l’attuale, concreta applicazione. Chi ha familiarità con il diritto anglosassone potrebbe mal interpretare il termine “act”, che in questo caso ha il significato del ben più familiare sostantivo “direttiva”. In quanto tale, la direttiva determina nuovi requisiti comuni per prodotti e servizi chiave che aiuteranno persone con disabilità a partecipare appieno alla vita della società in cui si inseriscono e di cui fanno parte. I prodotti e i servizi coperti dalla proposta sono stati selezionati attraverso consultazioni, coinvolgendo organizzazioni della società civile e imprese di varia natura. Le aree di business includono il sistema ATM, i servizi bancari, PC, telefoni e TV equipment, servizi di telefonia, trasporti, e-books ed e-commerce. Comuni requisiti di accessibilità sarebbero applicati anche all’ambito di bandi e di fondi europei.

La proposta fornisce tutte quelle nuove sollecitazioni alle imprese e alle industrie, per rendere patrimonio comune il tema della progettazione per tutti (“Design for all”): è interesse di ciascuno rendere prodotti e servizi egualmente accessibili a livello europeo, e gli studi lasciano poco spazio a dubbi. La prima analisi effettuata dall’UK’s Royal National Institute of the Blind ha dimostrato che le 35 mila sterline investite da una catena di supermercati per rendere accessibile il sito istituzionale, hanno portato introiti per un valore di oltre 13 milioni di sterline l’anno. Un secondo studio condotto in Germania ha appurato che incrementare l’accessibilità ai servizi di trasporto aumenterebbe gli spostamenti delle persone con disabilità, con un turnover tra i 620 milioni e 1.9 miliardi di euro per l’industria del turismo tedesca.

In continuità con queste analisi, la Deloitte stima che l’Accessibility Act porterebbe nel 2020 a un risparmio tra gli 11 e i 22 miliardi di euro. Inizialmente, ciò comporterebbe un incremento dei costi di produzione (in media 0.23%) a causa della necessità di rendere tutte le aziende europee in grado di rispondere ai nuovi requisiti, sia quelle che hanno previsto qualche forma di “produzione accessibile”, sia quelle che ancora non hanno preso provvedimenti in materia. Tuttavia, nel lungo periodo, tali costi sarebbero di gran lunga superati dall’incremento dei profitti e dall’efficienza produttiva stimolata da maggiori potential buyers e dall’aumento della concorrenza. Pertanto, nel lungo periodo, attraverso l’Accessibility Act nascerebbe un mercato assai più ampio, dai prodotti qualitativamente più diversificati, di migliore qualità e dai prezzi ridotti. Le piccole e medie imprese sarebbero le più agevolate dal provvedimento, essendo quelle che attualmente sostengono i più alti costi di una regolamentazione frammentata e di una limitata domanda aggregata.

D’altronde, le valutazioni economiche legate alla Proposal non possono prescindere dalle sue basi internazionali. Se l’Unione Europea non avesse ratificato la Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità (UNCPD), e non avesse successivamente proposto l’EAC, oggi ogni stato membro avrebbe dovuto legiferare autonomamente in tema di accessibilità. Ciò non avrebbe affatto risolto il sistema di incongruenze attualmente esistente nel mercato europeo, anzi lo avrebbe peggiorato. Al contrario, l’azione europea − attraverso la ratifica dell’UNCPD e l’elaborazione dell’EAC −  può evitare tale frammentazione e creare più opportunità per il mercato, riducendo i costi di accessibilità per il produttore e per chi ne usufruisce, sia pubblica amministrazione, sia singoli cittadini.

Badando alle policy future, proviamo a prevedere possibili sviluppi. Al momento della pubblicazione dell’atto, la Commissione aveva pianificato un periodo di consultazioni di otto settimane durante il quale i cittadini avrebbero potuto commentare la lettura della Proposal. Da quel momento sono state raccolte opinioni tra la società civile, e gli organismi consultivi del movimento europeo hanno preparato analisi del testo e proposte di modifica. Sull’onda del primo post-consultazioni, il 17 febbraio a Bruxelles si è tenuta una riunione di confronto tra diversi soggetti implicati. Numerosi i partecipanti: l’Ombudsman europeo e il FRA (Agenzia Europea dei diritti Fondamentali) – in quanto membri dello EU Monitoring Framework insieme a EDF (European Disability Forum) e al Parlamento Europeo – come anche il rappresentante del Comitato UNCRPD e il rappresentante regionale dell’ OHCHR (Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights). Durante il meeting i membri del Parlamento Europeo hanno ascoltato lo scambio tra le parti, e le voci riportate sembrano ricondursi allo stesso spirito positivo letto nel report dell’EASPD (European Association of Service Providers for Persons with Disabilities) pubblicato poco prima. Il report accoglie la pubblicazione della proposta dell’Accessibility Act come quella di un atto atteso da tempo, menzionando raccomandazioni specifiche e proposte di cambiamento riconducibili a una maggiore tutela informativa per la persona con disabilità, una maggiore chiarezza negli obblighi rivolti alle imprese più piccole e l’impiego di orizzonti più ampi. Altrove, la stessa EASPD aveva affermato:

 

Non è sufficiente, ad esempio, rendere le macchine ATM accessibili se l’edificio in cui vengono collocate continua a non essere accessibile”. Nel prossimo futuro, l’azione dell’Unione Europea potrebbe assumere proprio questa direzione. Sempre nella lettura delle prospettive future, il presidente di EDF Yannis Vardakastanis sostiene: “Dall’esperienza degli Stati Uniti, l’Europa può imparare che un sistema legislativo che include un rafforzamento robusto, insieme a sistemi di controllo ben strutturati, rappresenta lo strumento più efficiente per assicurare che prodotti e servizi diventino accessibili a tutti.

 

Anche questo potrebbe essere un sentiero che la Commissione, il Consiglio e il Parlamento Europeo percorreranno nei prossimi anni (ipotesi plausibile soprattutto se gli organismi consultivi continueranno ad assumere posizioni chiare e ferme, come hanno fatto per l’EAC).

Un approccio simile sembra essere riscontrabile allargando lo sguardo alla Strategia 2030: gli organismi della società civile, soprattutto EDF, ritengono che istituzionalizzare il sistema di consultazioni darebbe all’Unione Europea lo sprone per seguire politiche coraggiose, evitando di limitarsi a raggiungere gli obiettivi più a portata di mano, e raggiungendo target più lontani e inclusivi. Avere le menti rivolte ai diretti interessati, comporterebbe anche un maggiore allineamento dei meccanismi di finanziamento e del budget rivolto alle organizzazioni della società civile rispetto alle nuove sfide europee e globali, e una maggiore propensione verso nuovi processi e approcci sempre più olistici. Infine, bisognerà considerare la pianificazione di strumenti di monitoring e di accountability assai forti, dato che la coerenza nelle politiche a lungo termine è chiaramente funzionale a uno sviluppo sostenibile, in particolare per quanto riguarda la sfera istituzionale.

Oggi si presenta l’opportunità di spostare il paradigma di sviluppo comunitario e internazionale, facendo grandi passi verso il sostanziale esercizio dei diritti delle persone con disabilità verso un “design for all” autentico. Si può solo sperare che le attuali tendenze centrifughe e le tensioni tra i paesi membri non distolgano l’attenzione da quella che rimane una questione centrale, nonostante ciò che accade alla frontiera.

 

Foto: “disability” (CC BY-NC-ND 2.0) by anjan

Chiara Alonzo

About Chiara Alonzo

Giovane professionista nel settore della cooperazione allo sviluppo e della progettazione internazionale, è Project Manager presso ICstat - Centro per la Cooperazione Statistica Internazionale, dove svolge assignements come junior expert in statistica delle migrazioni. Ha lavorato in Italia e Spagna e da quindici anni è attiva nel campo della formazione, dell’integrazione sociale e dell’inserimento nel mondo del lavoro di giovani con disabilità intellettiva e motoria.

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