COP 21 e “Climate Finance”

Daniela Finamore

Daniela Finamore

Redattrice at CED - Center for Economic development & Social Change
Policy Officer presso FOCSIV - Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario
Daniela Finamore

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In mancanza di una definizione concordata a livello universale sul termine “climate finance”, con l’occasione dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici si è riaperto il dibattito sugli strumenti per una finanza climatica efficiente. Nell’articolo sono analizzati gli strumenti di climate finance previsti dall’accordo di COP 21, alla luce di un’analisi sugli strumenti di finanza climatica elaborata da esperti dell’OCSE.

 

Nella definizione più ampia fornita dal Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), per Climate Finance s’intende l’insieme delle risorse finanziarie rivolte alla riduzione delle emissioni di gas serra e all’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici; tali risorse includono tanto i fondi pubblici e privati quanto i flussi finanziari domestici e internazionali. Nell’ambito specifico della convenzione quadro UNFCC, Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, con climate finance ci si riferisce ai flussi finanziari destinati ai Paesi in via di sviluppo, con tipico riferimento alle risorse messe a disposizione per la mitigazione o l’adattamento.

Generalmente, possono essere individuate tre macrodimensioni della climate finance:

  • La mitigazione, tipicamente destinata a finanziare i mezzi per la decarbonizzazione dell’energia o per aumentare l’efficienza energetica delle tecnologie;
  • L’adattamento, finalizzato ad aumentare la resilienza di particolari economie;
  • La loss and damage, rivolta alle perdite che i Paesi più vulnerabili soffrono a causa di tendenze climatiche ritenute irreversibili.

Questi tre aspetti sono stati, nel corso del tempo, incorporati nella Convenzione Quadro dell’Onu: inizialmente si faceva riferimento solo alla mitigazione, successivamente nel 2010 è stata introdotta una Commissione specifica per l’adattamento, infine nel 2013 è stato riconosciuto il principio del loss and damage, alla Conferenza di Varsavia.

 

La strategia internazionale

L’accordo universale sui cambiamenti climatici firmato a Parigi lo scorso Dicembre si pone di limitare il riscaldamento della temperatura globale entro un massimo di 2 C° rispetto ai livelli preindustriali. In che modo pianificare dei finanziamenti per il clima che permettano di raggiungere un obiettivo tanto ambizioso? Gli esperti OCSE, in un articolo dell’OECD Journal del 3 Febbraio, sostengono che il dibattito tra gli esperti di macroeconomia è a favore di un cambio di direzione degli investimenti, in vista di una transizione verso economie decarbonizzate. Finanziare la transizione richiede in modo particolare la riallocazione del capitale esistente, la mobilitazione del capitale aggiuntivo e il raggiungimento di un saldo rapporto di cooperazione tra finanziamenti privati e intervento pubblico.

La tendenza generale per la programmazione di una climate finance efficiente consiste nel finanziare infrastrutture o progetti innovativi a basso dispendio energetico; ma questa strategia crea tre tipologie di problemi. In primo luogo si tratta di investimenti a lungo termine che possono incontrare, in un arco temporale di 10-15 anni, una lunga serie di difficoltà. In secondo luogo, nonostante sia evidente il beneficio ambientale che risulterebbe da tali investimenti, non è possibile subito valutarne il profitto per i privati, in quanto essi non generano un immediato ritorno nelle casse degli investitori. Infine, sono finanziamenti che vanno incontro a un elevato grado di rischio e incertezza (basti pensare a eventi climatici inaspettati o scelte tecnologiche che si rivelano fallimentari). La combinazione di questi tre elementi (ritorno finanziario incerto a causa del lungo periodo, esperienza limitata con le tecnologie che s’intendono adottare, elevato rischio di successo) non attrae un investitore privato, che invece è attore fondamentale per la sostenibilità ed efficienza di una politica climatica nuova e ambiziosa.

Il contributo a firma OCSE espone alcune raccomandazioni di carattere squisitamente politico, affinché ci sia mobilitazione del capitale privato:

  • necessità di una cornice legislativa chiara e ben definita che fornisca al settore privato un quadro trasparente di lungo termine sugli obiettivi governativi di politica climatica;
  • supporto del settore pubblico con politiche attive che intervengano nel promuovere la transizione alla decarbonizzazione;
  • riconoscimento e agevolazione di utilizzo degli strumenti finanziari della climate finance da parte dell’autorità pubblica.

Dunque climate finance, climate policy e climate business in armonia tra loro, per il raggiungimento di un obiettivo comune.

 

Dunque climate finance, climate policy e climate business in armonia tra loro, per il raggiungimento di un obiettivo comune.

 

Un’ulteriore finale raccomandazione riguarda quello che il rapporto definisce come knowledge gap, ossia la necessità di un aumento della consapevolezza circa l’urgenza della questione dei cambiamenti climatici: le autorità pubbliche hanno il compito di diffondere informazioni sulla questione climatica in modo che il business man la possa tenere in considerazione in ogni singola decisione economica, e non soltanto relativamente a investimenti di lungo termine in Paesi lontani.

 

Climate Finance e COP 21

Ci sono due testi che riguardano l’accordo sul clima firmato a Parigi durante la Ventunesima Conferenza delle parti (COP 21): l’accordo, il testo principale con obiettivi di lungo termine, e il documento di decisione che accompagna l’accordo, nel quale è previsto come quest’ultimo verrà applicato attraverso azioni a breve termine.

A proposito della climate finance, l’accordo riprende l’impegno che i leader mondiali si erano prefissati già nella Conferenza di Copenaghen del 2009, ossia che i Paesi sviluppati debbano fornire risorse finanziarie per assistere i Paesi in via di sviluppo sia per quanto riguarda la mitigazione che l’adattamento, in continuazione dei loro obblighi esistenti derivanti dalla Convenzione. Non è chiaro quali siano gli Stati che finanziano e quali siano i beneficiari. Ogni obiettivo di tipo quantitativo sulla climate finance è assente e la giustificazione di questa omissioni potrebbe essere trovata nel fatto che, includendo obiettivi vincolanti per le parti, il presidente Obama avrebbe dovuto affrontare una difficoltosa ratifica da parte del Senato, mentre con questa vaga formulazione la ratifica può avvenire tramite mero decreto esecutivo. Informazioni più dettagliate sono fornite dal testo di decisione, che prevede che i Paesi sviluppati s’impegnino a mobilitare verso i Paesi in via di sviluppo 100 miliardi di dollari all’anno fino al 2020 come base di partenza, in vista di un nuovo obiettivo finanziario che sarà fissato nel 2025. La specificazione del testo di decisione è una piena e autonoma decisione dei Paesi sviluppati, poiché i Paesi in via di sviluppo durante i negoziati hanno sempre spinto per il principio di progressione, ossia aiuti crescenti col passare degli anni.

Prendendo le distanze dal linguaggio dei precedenti trattati in tema ambientale, l’accordo di Parigi non usa il termine “nuovo e ulteriore” quando si parla di finanziamenti per il clima. L’accordo di COP 21 riconosce, dunque, che la climate finance si inserisca all’interno degli obblighi esistenti nei confronti dei Paesi in via di sviluppo; la scomparsa, dal testo dell’accordo, dei due aggettivi succitati è una grande sconfitta per i Paesi più deboli, i quali vedono i finanziamenti per il clima inseriti nel generico macromondo degli aiuti allo sviluppo senza che abbiano una propria specifica identificazione.

La questione sicuramente più preoccupante è il rifiuto esplicito di ogni tipo di responsabilità in capo ai grandi Paesi inquinanti, i quali non pagheranno per i danni causati alle popolazioni vulnerabili che soffrono dell’impatto dei cambiamenti climatici. Positivo è invece il fatto che l’accordo incoraggi gli Stati parte non formalmente definiti come sviluppati ai sensi della Convenzione dell’ONU sul clima, a fornire volontariamente dei finanziamenti per il clima. Questo è il superamento del forte limite del protocollo di Kyoto: Paesi con economie a forte impatto ambientale come Cina, Corea del Sud, Messico e Kuwait, sono invitati ad aiutare i Paesi più poveri nei loro sforzi per ridurre le emissioni e per costruire società che siano resilienti ai cambiamenti climatici.

 

La questione sicuramente più preoccupante è il rifiuto esplicito di ogni tipo di responsabilità in capo ai grandi Paesi inquinanti, i quali non pagheranno per i danni causati alle popolazioni vulnerabili che soffrono dell’impatto dei cambiamenti climatici.

 

Per i Paesi più poveri e vulnerabili, un’efficiente climate finance è la chiave per garantire un futuro più sicuro e giusto. È necessario che i Paesi sviluppati si assumano le proprie responsabilità e si impegnino a rispettare quanto previsto dall’accordo di Parigi; tuttavia, l’impegno del singolo Stato deve essere accompagnato da un serio lavoro di definizione di strumenti e modalità attraverso cui mobilitare i finanziamenti per il clima. Almeno fino ai prossimi tre anni non avremo indicazioni specifiche circa le modalità attraverso cui i finanziamenti per il clima verranno erogati: infatti, sempre il testo di decisione prevede che solo nel 2018 i negoziatori inizieranno a lavorare sull’inserimento di strumenti specifici di finanziamento nell’ambito della Convenzione quadro UNFCC.

In questo “Far West” della finanza climatica, ogni Paese sviluppato ha interesse a massimizzare il proprio contributo cercando di mobilitare meno denaro possibile; i prossimi anni saranno cruciali nel correggere questa forte lacuna del quadro normativo previsto dall’Accordo di Parigi, il quale offre diverse opportunità per frenare concretamente i cambiamenti climatici. Resta da vedere se i leader internazionali e nazionali mostreranno la volontà di voler cogliere queste opportunità per cambiare realmente il corso delle cose.

 

In questo “Far West” della finanza climatica, ogni Paese sviluppato ha interesse a massimizzare il proprio contributo cercando di mobilitare meno denaro possibile; i prossimi anni saranno cruciali nel correggere questa forte lacuna del quadro normativo previsto dall’Accordo di Parigi.

 

 

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Daniela Finamore

About Daniela Finamore

Policy Officer per la FOCSIV – Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario, dove svolge attività di policy, lobbying e campagne sulla questione dei cambiamenti climatici da oltre un anno. Ha un master di II livello in Economia dello Sviluppo e Cooperazione Internazionale. Laureata Magistrale in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, si è specializzata sui temi dello sviluppo, della politica agricola internazionale e della sicurezza alimentare. Premiata nel 2014 come “Laureato Eccellente" dell’Università di Roma "La Sapienza".

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