La chiusura delle frontiere e il futuro di Schengen: un passo facile per l’Europa, un grande passo indietro per l’umanità

Vanessa Tullo

Vanessa Tullo

Autore at CED - Center for Economic development & Social Change
Avvocato. OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni
Vanessa Tullo

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Dopo le chiusure di molti governi nordeuropei e – come ultima – della Danimarca, sono numerosi i Paesi europei che hanno ripristinato i controlli sulle frontiere interne e che stanno procedendo all’attuazione di piani di rigetto o rimpatrio nei confronti delle ondate di migranti in movimento da Sud e Sud-Est.

Proprio di pochi giorni fa è la notizia della presentazione, da parte della Commissione europea, del documento conclusivo al Comitato di valutazione Schengen, primo passo necessario per l’attivazione dell’articolo 26 del Trattato di Schengen, che prevede la possibilità per uno o più Stati membri di estendere i controlli alle frontiere interne fino a due anni in caso di grave minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza interna, o di gravi lacune relative al controllo delle frontiere esterne.

Germania, Austria, Danimarca, Norvegia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Francia, Regno Unito e Svezia sono, infatti, i Paesi che con più forte convinzione premono per una chiusura dei confini interni. Questi paesi, da mesi ormai méta prediletta di destinazione dei flussi migratori in transito dalla Grecia, dall’Italia e attraverso l’Ungheria, stanno premendo per ottenere una sistemica chiusura delle frontiere interne riuscendo a fare quadrato sulla scelta di ripristinare il blocco totale sul confine interno con la Grecia che, stando al documento, e nonostante i richiami, presenta ancora gravi carenze nella gestione dei flussi migratori in arrivo prevalentemente dalla Turchia. Atene avrà quindi tre mesi per correggere tali lacune, in caso contrario la Commissione potrà proporre al Consiglio Ue di attivare il citato articolo. In questo modo i paesi che si affacciano sul Mediterraneo si troveranno costretti a gestire da soli l’arrivo delle ondate migratorie, che secondo l’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ammontano a 59,5 milioni tra 2014 e 2015, e che secondo le previsioni economiche della Commissione Ue entro la fine del 2017 potrebbero arrivare a tre milioni di richiedenti asilo in Europa. Ad aver contribuito all’impasse comunitaria non sono state solo le eccezionali ondate migratorie dell’ultimo anno: gli attentati di Parigi dello scorso novembre hanno inevitabilmente irrigidito le posizioni dei singoli Paesi, mettendo a durissima prova la tenuta dell’Unione.

Tale situazione è l’imprescindibile eredità della mancanza di una visione comune in materia di politica estera: infatti, non è un caso che a differenza delle altre politiche Europee per cui il trattato di Lisbona ha segnato un momento di generale comunitarizzazione, la politica estera sia rimasta una sfera caratterizzata dalla vecchia logica intergovernativa, che l’istituzione dell’Unione mirava proprio a superare. Questa debolezza al vertice si riflette anche a quegli organismi sovranazionali come l’agenzia Frontex per il controllo dei confini esterni prevista dal trattato stesso e istituita nel 2004 come sistema di rafforzamento dei confini esterni al fine specifico di bilanciare l’apertura interna. Considerata l’importanza cruciale di questo organismo e il sensibile incremento dei flussi migratori registrato negli ultimi anni, la scelta di fissare a soli 316 il numero degli agenti operativi a contratto e di aumentare il budget globale a 114 milioni di euro nel 2015 − poco più del 10% rispetto al 2014 nonostante la grave crisi umanitaria in corso − non può rappresentare un serio impegno da parte dell’Europa. Il messaggio dell’Unione è quindi contraddittorio: bassi investimenti – anche a causa delle drastiche riduzioni dei budget di Gran Bretagna e Irlanda – e inefficaci politiche di implementazione o coordinazione degli organismi vitali per la protezione e il controllo dei confini esterni, problema che proprio oggi determina un enorme passo indietro nel processo di europeizzazione e che lascia i paesi europei del mediterraneo soli nella gestione degli arrivi e dell’accoglienza dei migranti, in prevalenza profughi.

 

Il messaggio dell’Unione è quindi contraddittorio: bassi investimenti e inefficaci politiche di implementazione o coordinazione degli organismi vitali per la protezione e il controllo dei confini esterni, problema che proprio oggi determina un enorme passo indietro nel processo di europeizzazione e che lascia i paesi europei del mediterraneo soli nella gestione degli arrivi e dell’accoglienza dei migranti, in prevalenza profughi.

 

 

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Il diritto alla libera circolazione inizialmente di merci e capitali e poi di persone è stato uno dei primi traguardi raggiunti dai Paesi europei, che nel 1985 – anno della prima versione degli accordi – hanno sottoscritto la prima stesura dell’acquis di Schengen segnando fortemente anche i successivi trattati di Maastricht e di Amsterdam nel 92 e nel 97. Ancora oggi rappresenta un unicum nella storia geopolitica mondiale.

 

La possibile risposta non può certo essere una regressione alla chiusura delle frontiere interne, quanto piuttosto un potenziamento di organismi e sistemi – in particolare di coordinamento delle forze di polizia e dei relativi sistemi informativi – che già esistono ma che per immobilità politica non sono ancora in grado di funzionare efficientemente. È evidente quindi che i governi europei, divisi sulla gestione dei flussi migratori in Europa e allo stesso tempo accomunati da forti pressioni interne che rischiano di farli vacillare – basti pensare alle scorse elezioni regionali francesi – stiano optando per la più semplice e, come spesso accade, non risolutiva soluzione.

Infatti, la chiusura dei confini interni all’Unione non ha effetti unicamente dal punto di vista politico, ma anche da un punto di vista economico: le rassicurazioni riguardo all’assenza di conseguenze di un’eventuale chiusura delle frontiere interne sulla moneta unica non sono certo sufficienti. Basti solo pensare che la stessa Unione sia nata nel dopoguerra in conformità a un progetto economico finalizzato proprio all’abbattimento dei confini tra gli Stati Europei in primis con una prospettiva commerciale, e che poi abbia consentito di giungere fino alla mobilità internazionale e sostenibile, innalzando il tema a vero e proprio pilastro prima della Comunità e, in seguito, dell’Unione.

La situazione odierna conferma che questo sogno è già realtà: più di 700.000 cittadini europei varcano ogni giorno i confini interni per motivi di lavoro, studio o piacere. La mobilità nel sistema europeo ha rappresentato un cambiamento radicale non solo perché questi numeri sono più che raddoppiati in meno di dieci anni dall’apertura delle frontiere, ma anche perché la visione stessa della mobilità personale dei cittadini è cambiata. Già nel 2012 i voli interni all’Unione si quadruplicavano rispetto ai voli extraeuropei, e grazie al programma Erasmus − ancora di più con Erasmus Plus − nel 2013 si superava il traguardo dei tre milioni di studenti aderenti al progetto dalla sua fondazione (1987), con una media di 250.000 ragazzi l’anno e un incremento del 6%; di questi, 56.000 hanno avuto accesso a stage e posti di lavoro.

 

Più di 700.000 cittadini europei varcano ogni giorno i confini interni per motivi di lavoro, studio o piacere. La mobilità nel sistema europeo ha rappresentato un cambiamento radicale.

 

 

Anche guardando da un punto di vista commerciale la reintroduzione di confini e dogane interne avrebbe effetti deleteri. Si stima che, grazie all’esistenza dello spazio di libero scambio di servizi e merci, ogni giorno siano risparmiati circa ottanta milioni di euro dagli agenti economici intra-europei, costi che non solo ricadrebbero sui consumatori erodendo ulteriormente il potere d’acquisto dei cittadini europei, ma metterebbero in seria difficoltà il sistema import-export del continente. Due terzi delle transazioni commerciali in Europa avvengono, infatti, tra Paesi dell’Area Schengen.

Saranno i prossimi due mesi concessi alla Grecia e all’Italia per regolarizzare i rispettivi sistemi di controllo delle frontiere a determinare il futuro degli accordi di Schengen. Mentre Slovenia e Croazia paventano un possibile allineamento sulla chiusura dei confini nazionali, Italia e Germania al vertice di Berlino hanno dichiarato – specificando preliminarmente di avere lo stesso peso all’interno dell’Unione – che l’unità geografica e politica del continente non verrà messa in discussione. Al di là della diplomazia, nonostante i primi numeri del 2016 – 31.244 persone nella prima metà di gennaio rispetto ai 1.472 dell’intero gennaio 2015 – l’Unione europea non sta approntando alcuna misura alternativa credibile alla chiusura delle frontiere, e sembra che Consiglio europeo e Commissione siano concordi nel ritenere la sospensione del trattato inevitabile.

Il governo italiano, dalla sua, ha garantito che erogherà i tre miliardi di euro previsti per il contenimento dei flussi e diretti alla Turchia, che – al contrario – non pare avere particolare fretta di risolvere la questione. Il vero punto di domanda rimane la Grecia, che, alle prese con una precaria stabilità interna, verosimilmente non sarà in grado di adottare misure efficaci e tempestive a riguardo, e subirà delle misure restrittive come – appunto – la chiusura delle frontiere interne nei confronti del singolo stato o di alcune zone non per sei mesi, ma per due anni. Ciò che oggi è possibile dire con certezza è che Cipro, Croazia e – soprattutto – Romania e Bulgaria, i quattro Paesi già sottoscrittori del Trattato ma non ancora membri effettivi, non entreranno a far parte dell’Area Schengen ancora per lungo tempo.

È chiaro quindi che economicamente e politicamente le minacce poste alla salvaguardia dell’acquis di Schengen risultino oltremodo dannose e non sostenibili. Un provvedimento di questo genere non solo snaturerebbe il concetto stesso di Europa, così come immaginata dai padri fondatori, ma la allontanerebbe in modo drastico anche dalle direttive impartite a livello internazionale, in particolare dalle Nazioni Unite che proprio nell’agenda SDGs (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile) − in particolare al goal numero 8 sulla costruzione di un sistema economico inclusivo e sostenibile – hanno sottolineato l’importanza della mobilità internazionale come fattore di sviluppo e di inclusione non solo riguardo alle dinamiche nord-sud del mondo, ma anche tra gli stessi paesi dell’area OCSE.

 

Un provvedimento di questo genere non solo snaturerebbe il concetto stesso di Europa, così come immaginata dai padri fondatori, ma la allontanerebbe in modo drastico anche dalle direttive impartite a livello internazionale, in particolare dalle Nazioni Unite che proprio nell’agenda SDGs (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile) hanno sottolineato l’importanza della mobilità internazionale come fattore di sviluppo e di inclusione.

 

 

È assolutamente evidente, quindi, che cancellare o anche solo indebolire gli accordi di Schengen rappresenterebbe una drammatica regressione nel processo di europeizzazione, imperdonabile per il vecchio continente. Tutti gli Stati europei ne uscirebbero fortemente indeboliti non solo dal punto di vista economico, rendendo le singole economie nazionali assolutamente non competitive sul mercato internazionale – ad eccezione della Germania, già oggi prima nazione esportatrice di manufatti a livello mondiale e unica nazione europea nei primi cinque top exporter − ma anche e soprattutto dal punto di vista politico e culturale.

 

Ancora una volta i governi nazionali hanno deciso di intraprendere la strada più facile: sacrificare sull’altare della tenuta interna il sogno di un’Europa più unita e forte, espressione e avanguardia di coesione democratica e di accoglienza.

 

 

 

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