La ripresa ha bisogno di ambizione: uno scenario sul futuro prossimo dell’economia italiana

Emanuele Felice

Emanuele Felice

Autore at CED - Center for Economic Development & Social Change
Professore Associato di Storia Economica presso l’Università Autonoma di Barcellona
Emanuele Felice

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Il Professore Emanuele Felice si domanda, nel suo editoriale per La Stampa, quali potrebbero essere i futuri scenari dell’economia italiana alle soglie del 2016.

 

Come andrà l’economia italiana nel 2016? Se è inutile avventurarsi in previsioni troppo dettagliate (diffidate di chi propone cifre inverosimilmente accurate), si possono però delineare gli scenari di fondo. Il quadro internazionale mostra alcuni trend positivi che sicuramente sosterranno la ripresa dell’Italia. Quanto però incideranno in profondità non lo sappiamo, perché le condizioni strutturali rimangono deboli e vi si aggiunge un’altissima incertezza su scala globale: bisogna quindi attrezzarsi per fronteggiare anche le situazioni peggiori.

 

Bisogna attrezzarsi per fronteggiare anche le situazioni peggiori.

 

La crescita italiana, in recupero ma ancora fiacca (specie nei confronti internazionali), beneficerà nel 2016 di tre fattori di ordine internazionale eccezionalmente favorevoli: un bassissimo costo dell’energia, vitale per una grande economia manifatturiera come la nostra che è però povera di materie prime; il costo del denaro ai minimi storici, che dà respiro ai titoli del debito pubblico (gli interessi sono bassi) e dovrebbe incoraggiare pure gli investimenti (indebitarsi costa poco e inoltre conviene utilizzare i risparmi in maniera produttiva, essendo la rendita modesta); l’euro debole, che agevola le nostre esportazioni senza peraltro pesare troppo sulla bolletta energetica.

 

La crescita italiana, beneficerà nel 2016 di tre fattori di ordine internazionale eccezionalmente favorevoli: un bassissimo costo dell’energia, il costo del denaro ai minimi storici, l’euro debole.

 

 

Tutte e tre queste tendenze, già in atto da tempo, proseguiranno anche nel 2016 e anzi alcune si accentueranno: ad esempio, il leggero rialzo dei tassi di interesse sul dollaro, non seguito da quello delle altre principali monete, ridurrà ancora le quotazioni dell’euro e quindi migliorerà la nostra competitività; e il prezzo del petrolio se anche risalirà un po’ rimarrà storicamente contenuto, per ragioni legate all’offerta (la guerra commerciale dei sauditi contro i nordamericani, con in mezzo i russi e gli iraniani) come pure alla domanda (che cresce ma non troppo: rallentano i Paesi emergenti e, in tutto il mondo, frenano i consumi pro capite per le sempre più diffuse preoccupazioni ambientali).

Tutto bene quindi? Niente affatto. Esistono due motivi di forte preoccupazione che potrebbero ribaltare i pronostici più ottimisti. Il primo è di ordine strutturale, e riguarda l’intera economia mondiale. Occorre che ce ne rendiamo ben conto: con costi del denaro (e anche dell’energia) così bassi, come praticamente non è mai accaduto nella storia moderna, si sarebbe dovuto registrare un incremento del Pil mondiale ben maggiore di quello attuale. In passato sarebbe stato così. Ora invece non lo è più, la crescita risulta anemica un po’ ovunque (anche se da noi va peggio) e gli eccezionali stimoli degli ultimi tempi non sembrano funzionare più di tanto. Che cosa è accaduto? Da un lato, nei paesi più avanzati lo sviluppo tecnologico – il vero unico motore dell’aumento della produttività nel lungo periodo – arranca: dopo la rivoluzione telematica che ha trainato il Pil negli ultimi vent’anni, ora non sembrano affacciarsi all’orizzonte nuovi paradigmi; quelli che pure sarebbero promettenti, dalle biotecnologie alla green economy, per una serie di ragioni fra loro diverse (etiche, politiche, di segmentazione e cartellizzazione del mercato, o meramente produttive), stentano a diffondersi.

 

Nei paesi più avanzati lo sviluppo tecnologico arranca: dopo la rivoluzione telematica che ha trainato il Pil negli ultimi vent’anni, ora non sembrano affacciarsi all’orizzonte nuovi paradigmi; quelli che pure sarebbero promettenti, dalle biotecnologie alla green economy, stentano a diffondersi.

 

Dall’altro lato i Paesi in via di sviluppo, dalla Cina al Brasile a diversi altri dell’Asia e Sud America, sono in frenata: alcuni di loro – soprattutto la Cina – hanno ormai raggiunto un grado di sviluppo che di solito si accompagna a trasformazioni di tipo istituzionale e socio-politico di enorme portata, ovvero a riforme profonde e impervie, dall’esito imprevedibile. Nulla lascia pensare che queste condizioni di difficoltà verranno superate nel corso del 2016, al contrario: si prefigura l’anno prossimo un ulteriore graduale rialzo dei tassi Usa, che però dovrà essere gestito con grande cautela, se non si vorrà provocare una fuga di capitali da qualche Paese emergente che rischi di innescare una crisi mondiale; gli accordi commerciali in corso fra le due sponde del Pacifico escludono la Cina, probabilmente rendendo la sua transizione ancora più critica. Ma soprattutto, il denaro praticamente gratis continua a non stimolare come si sperava gli investimenti produttivi: gli operatori economici tesaurizzano la ricchezza, come si dice in gergo, segno che le aspettative restano modeste e che vere occasioni di investimento non se ne vedono.

 

Il denaro praticamente gratis continua a non stimolare come si sperava gli investimenti produttivi: gli operatori economici tesaurizzano la ricchezza, segno che le aspettative restano modeste e che vere occasioni di investimento non se ne vedono.

 

In un certo senso è come se si stessero dando degli stimoli molto potenti, zuccherini ma anche sferzate vigorose, a un cavallo stanco e un po’ malaticcio, che è l’economia mondiale nel suo stato attuale. In aggiunta, la strada che il nostro cavallo percorre è male illuminata e noi non sappiamo bene quali ostacoli incontrerà lungo il cammino. È questo il secondo motivo di forte preoccupazione, l’altissima incertezza dovuta alle ben note condizioni geopolitiche, mai così turbolente dalla fine della Seconda guerra mondiale. E vale la pena di notare che il perenne rischio di attacchi terroristici e la guerra ai nostri confini meridionali e orientali si sommano a una condizione di particolare fragilità – istituzionale, politica e culturale – dell’Unione Europea: condizione niente affatto superata, ma che anzi nel 2016 dovrà vedersela con nuove e difficili prove (per tutte, il referendum inglese sull’uscita dall’Unione). La miscela potrebbe essere esplosiva.

C’è da sperare che gli scenari peggiori non si materializzino, consapevoli che su di essi l’Italia influisce poco. Se tutto va bene, se non ci saranno scossoni, il 2016 sarà per noi un anno di ripresa contenuta. Si potrebbero utilizzare i margini che questa situazione ci offre per migliorare le nostre pre-condizioni dello sviluppo, lì dove siamo particolarmente carenti: dalla pubblica amministrazione – della cui riforma attendiamo i decreti attuativi – al sistema di istruzione, ricerca e innovazione, dalla lotta alla corruzione alle infrastrutture, specialmente al Sud. Se in questi ambiti si vorrà operare, e in maniera efficace e convinta, è perché sarà sopraggiunta un po’ più di ambizione: non solo agganciare la ripresa, ma uscire dal declino. E così facendo, attrezzarci al meglio anche per le turbolenze a venire.

 

Pubblica amministrazione, istruzione, ricerca e innovazione, lotta alla corruzione alle infrastrutture, specialmente al Sud. Se in questi ambiti si vorrà operare, e in maniera efficace e convinta, è perché sarà sopraggiunta un po’ più di ambizione: non solo agganciare la ripresa, ma uscire dal declino. E così facendo, attrezzarci al meglio anche per le turbolenze a venire.

 

Foto: “Hope / Economy” (CC BY-NC-ND 4.0) by simonk

Emanuele Felice

About Emanuele Felice

È Professore Associato di Storia Economica presso l’Università Autonoma di Barcellona e di Economia Applicata presso l'Università di Chieti-Pescara “G. D’Annunzio”. Tra le sue pubblicazioni "Ascesa e declino. Storia economica d'Italia" (2015), "Divari regionali e intervento pubblico. Per una rilettura dello sviluppo in Italia" (2007) e "Perché il Sud è rimasto indietro" (2014).

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