Education at a Glance 2015: il Dossier OCSE sull’Istruzione dei Paesi Industrializzati

Un po’ di numeri, molto terreno da recuperare e qualche speranza per l’Italia. “Education at a Glance”, il dossier elaborato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) sulle condizioni dell’istruzione nei 34 paesi aventi le economie più sviluppate del mondo, nella sua edizione 2015 restituisce l’ennesima testimonianza della situazione di decadenza che attraversa l’Italia. È ormai consolidato il triste primato per popolazione analfabeta funzionale detenuto dagli italiani, dato ampiamente riportato da ranking e rapporti internazionali che costringe a riconoscere che la scolarizzazione di massa non è di per sé stata sufficiente a creare un effettivo e puntuale trampolino culturale per ogni individuo.

Fonte: education.ox.ac.uk

Ma se è vero che l’analfabetismo funzionale − e i criteri per calcolarlo − spesso sono difformi di paese in paese, è anche vero che l’ultimo report dell’OCSE pone come sua unità base un parametro di indiscutibile rilievo per la società moderna e per il futuro che verrà, in altre parole i giovani laureati, che in Italia sono il 34 percento su una media dei Paesi membri del 50 percento.

Solo il 42% dei giovani diplomati italiani si iscrive ad una università. Una motivazione è senz’altro il malfunzionamento del rapporto università-lavoro. L’Italia, insieme alla Repubblica Ceca, è l’unico Paese membro UE in cui il tasso di occupazione registrato tra i diplomati è maggiore di quello dei laureati nella fascia d’età dei 25-34 anni. 

Se il 35 percento dei giovani tra i 20 e i 24 anni finisce per essere annoverato tra i NEET (per il quale siamo al secondo posto tra i paesi OCSE per numero di ragazzi che non lavorano, non studiano né svolgono un apprendistato) è probabilmente perché, suggerisce il dossier, il ritorno di investimento nello studio universitario è considerato da molti troppo scarso e incerto per lo scopo di conseguire un’occupazione dopo la laurea. L’Università Italiana sembra non essere appetibile neanche per gli studenti stranieri; al contrario, i nostri vicini, Germania e Francia, registrano cifre per iscrizioni anche cinque volte superiori alle nostre.

E, a questo punto, l’OCSE ci riporta alla triste statistica sull’analfabetismo funzionale in Italia: il fatto che molti laureati italiani non siano comunque in grado di comprendere, valutare e sintetizzare informazioni e argomentazioni, farebbe intendere che i nostri titoli di studio non danno riscontro dell’acquisizione effettiva di competenze solide. Questi numeri sono mossi da un dato preoccupante che inchioda l’Italia sotto la media OCSE per investimenti in formazione non terziaria, con una percentuale del PIL 2,9% a fronte di una media del 3,7%, mentre per l’istruzione terziaria si arriva quasi alla metà della media OCSE, dato che l’Italia destina uno 0.8% del PIL rispetto alla media OCSE dell’1,5%.

La blanda attenzione istituzionale al sistema scolastico e universitario, gli scarsissimi fondi destinati, riforme andate male e un meccanismo incancrenito hanno dunque finito col far perdere all’Italia 49.000 giovani italiani che hanno deciso di non prendere la laurea nel proprio Paese, bensì altrove.”

Siamo ben al corrente di quanto i talenti italiani siano richiesti all’estero, generando il fenomeno sociale noto come “fuga di cervelli”, ormai divenuto prassi per molti dei nostri laureati ed elemento strutturale della nostra società. Questo è senza dubbio indice del fatto che, se è vero che la nostra istruzione in patria andrebbe rivista almeno per coloro che restano, è anche vero che gli studenti italiani nel mondo portano eccellenza e competenza lì dove arrivano.

Fonte: timeshighereducation.com

Un ottimo obiettivo raggiunto è l’aver colmato il divario di genere tra gli studenti che scelgono di laurearsi, perfino nello zoccolo duro delle facoltà scientifiche; sfortunatamente, non si può dire altrettanto per quanto riguarda gli insegnanti: il personale docente femminile che opera nella scuola dell’obbligo è nettamente superiore a quello maschile (tra il 67% e il 78%), mentre è in minoranza nelle università (solo il 37%). Tra l’altro, i formatori italiani sono giudicati troppo vecchi rispetto ai loro colleghi Europei: sia per le scuole primarie e secondarie che per le università, almeno il 51% dei docenti superano i 50 anni.

Il ministro dell’istruzione Stefania Giannini non ha perso però l’occasione di vedere un’opportunità in questo dato, prospettando migliorie grazie alla legge 107 contenuta nella cosiddetta “Legge di stabilità” attesa entro fine anno, e che a suo dire dovrebbe riuscire a far partire un trend virtuoso d’investimento nel sistema di istruzione terziaria e di rafforzamento degli istituti tecnici superiori. Proprio questi ultimi sono stati salutati con favore dall’OCSE nel dossier, nonostante lo scarso successo ottenuto nella realtà tra i giovani italiani (solo lo 0,2% di iscrizioni rispetto alla media OCSE dell’11%) ma con la speranza di migliorare tale bilancio. In effetti, il successo degli istituti tecnici sarà determinante nel migliorare le prospettive future dell’occupazione in Italia e nel far convergere verso specializzazioni lavorative il surplus di domande per determinati corsi di laurea, abbattendo il tasso di abbandono universitario e il fenomeno del NEET, ottimizzando i percorsi formativi.

In termini di ritorno in stipendio, infatti, il laureato italiano può contare solo sul 143% in più rispetto a un diplomato, che comparato a una media OCSE del 160% fa ancora sperare a un miglioramento. Se poi si pensa al fenomeno “parentopoli”, dilagante in Italia, si chiarisce perché le statistiche riportano come i laureati figli di genitori senza laurea riescano a trovare lavoro il 12% in meno rispetto a chi ha genitori con titolo di istruzione terziaria. In più, l’Italia è ancorata all’opinione compiuta che sancisce l’incompletezza della laurea triennale: il 20% di iscritti a laurea magistrale in una situazione di media OCSE del 17%. E, infatti, siamo gli ultimi anche per numero di laureati impiegati: solo il 67% su una media OCSE dell’82%.

Ma oltre a questi numeri c’è molto di più. La costante fuga di cervelli ci dà un’idea delle speranze stroncate da un malcostume nazionale ormai considerato endemico e contro cui non si ha molta forza o voglia per combattere. Le esperienze all’estero rese possibili dai programmi comunitari e internazionali, hanno forgiato i nostri ragazzi con spirito di avventura e curiosità, cosa di cui stanno beneficiando, però, solo i paesi più virtuosi che diventano le loro mete di destinazione finale, e che stanno dando prova di accoglierli con molto più favore di quanto non stia facendo, purtroppo, il loro stesso Paese. Vogliamo credere che questo stato di cose sia reversibile, lavorando per creare un Paese in cui le prossime generazioni possano scegliere di restare senza la buona dose di rinunce che sembra richiedere oggi questa scelta, ma anche un Paese in cui chi è già andato via possa sperare di tornare.

Se gli istituti tecnici superiori riusciranno a guadagnarsi più appeal tra i giovani e a immetterli davvero nel mondo del lavoro, allora ci sarà speranza per il nostro Paese poiché i ragazzi che riusciranno a trovare lavoro una volta usciti dall’istituto, potrebbero anche colmare un po’ di quel vuoto generazionale che si sta allargando tra ragazzi che non riescono a trovare impiego e anziani che non riescono a raggiungere la pensione. Nel frattempo, se la legge 107 onorerà la promessa di un’attenzione istituzionale maggiore verso le università e la ricerca, anche i giovani che decidono di laurearsi − e magari, rimanere in ambito accademico successivamente − potrebbero scegliere di non accettare quella borsa di studio presso il laboratorio di chissà quale altra realtà universitaria: una realtà che, però, crede di più in loro, e investe nella generazione che materialmente ha in mano il mondo che verrà.

Per approfondire

OECD (2015), Education at a Glance 2015: OECD Indicators, OECD Publishing. 

Debora Russo

About Debora Russo

Laureata Magistrale in Studi Internazionali presso l'Università di Napoli "L'Orientale"

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