Beni Culturali, Beni Comuni e Sviluppo: un’Analisi del DL Cultura

I fondi per la cultura sono una voce di costo o di investimento? Qualche mese fa il Parlamento ha dato la fiducia al Decreto Legge “Cultura” (n.83/2014). La legge ha l’ambizioso obiettivo non solo di favorire il mecenatismo culturale nel nostro Paese, ma anche di riqualificare siti archeologici come Pompei, di mobilitare le risorse da destinare al cinema e finanziare i maggiori istituti culturali nazionali da qui ai prossimi tre anni. Già la legge di Stabilità 2014 aveva istituito nuovi criteri per la concessione di contributi statali, tra gli altri lo stanziamento di 5 milioni di euro a quelle realtà dotate di personalità giuridica, per la maggior parte fondazioni, ma anche piccole società senza scopo di lucro che si dedicano in maniera continuativa a programmi di ricerca e di formazione di rilievo nazionale e internazionale. L’allora Ministro dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo Massimo Bray ha dichiarato di essere molto orgoglioso del risultato raggiunto, perché segnala come turismo e cultura possano essere leve per far crescere il Paese, generando un “modello di crescita ragionato e non casuale”.

Inoltre, i “beni culturali sono beni comuni, e il bene comune è un valore e come tale va letto e difeso. Lo Stato deve avere insieme agli enti locali il dovere di difendere il patrimonio e fare il massimo sforzo per valorizzarlo e tutelarlo”.

Dall’Accademia della Crusca al Centro di Cultura e Storia Amalfitana, da Palermo a Udine, da studi di ricerca a circoli letterari, sono state 103 le realtà finanziate. Da nord a sud, l’elenco di associazioni e onlus, think tank e biblioteche che si danno da fare per conservare e tutelare il grande patrimonio storico, scientifico e culturale del nostro paese è vastissimo. Le finalità di ogni istituzione sono differenti: se si evince una dedizione verso la valorizzazione della cultura nostrana, c’è anche chi svolge attività di ricerca e divulgazione scientifica, arte, musica e tutela del territorio. Sono stati finanziati anche centri che si occupano di studi filosofici, assistenza alle categorie più disagiate e organizzazioni di eventi.

Fonte: milanoevents.it

Il finanziamento medio è stato di poco più di 50000 euro, anche se la moda della distribuzione è pari a 25000 euro, quattro fondazioni hanno ricevuto quasi 200000 euro e solo una fondazione romana, da sola, ha ricevuto quasi 300000 euro. Un dato curioso emerge dalla localizzazione geografica degli enti finanziati, e dal loro legame con personalità politiche di caratura nazionale. Il 35% dei fondi arrivano a trenta istituti culturali laziali, tra cui alcuni anche religiosi. Poco più del 18% dei fondi finanziano enti toscani. Terza regione per risorse ricevute con capitali pari a 545 mila euro è il Veneto. Se si sommano i finanziamenti pubblici per la Sicilia, risulta un solo centro, il quale si occupa di etnostoria. In Puglia emergono due fondazioni che cercano di valorizzare rispettivamente l’archeologia della Magna Grecia e l’approfondimento culturale. Infine la Campania, dove ci si dedica sia agli studi filosofici sia alla storia e al patrimonio locale. La quota destinata per il Sud è pari a 440 mila euro, meno del 10% del totaleUna maggiore trasparenza nei criteri di selezione e una precisa attenzione alle esigenze del Mezzogiorno  sarebbero stati opportuni. Non si può negare, però, che un primo passo sia stato fatto. Nella totalità dei casi, tutte queste istituzioni hanno un sito internet tradizionale, vetrina delle loro principali attività e ulteriori canali di finanziamento (donazioni), ma sono meno del 20% quelle che vantano una presenza sui principali social network.

C’è da chiedersi se il decreto legge possa essere la strategia giusta per intraprendere una valorizzazione definitiva dei beni culturali. E soprattutto, se è questa la direzione giusta da intraprendere. Solo a consuntivo, sarà possibile fare un bilancio definitivo e stabilire l’efficacia del decreto legge “Cultura”. Investire in cultura significa migliorare la qualità della vita delle persone, agire sullo stile di vita, sulla coscienza dei cittadini e sulla sensibilità di una collettività. Il nostro patrimonio culturale rappresenta un’eredità millenaria che tutto il mondo ci invidia. La triangolazione tra cultura, turismo ed enogastronomia può rappresentare un volano per l’economia nazionale, soprattutto se la stella polare di questo percorso diventa lo sviluppo sostenibile.

Per aspera ad astra.”

Cosimo Abbate

About Cosimo Abbate

Consulente economico e finanziario, è Dottore di Ricerca in Scienze Economiche. Ha collaborato per la FAO, le Università “Parthenope” e “Federico II” di Napoli e l'Université de Lyon II, dove ha svolto il post-doc. I suoi temi di ricerca riguardano la Sostenibilità Economica e Agroalimentare, i Mercati Finanziari, la Finanza Comportamentale e le Asimmetrie Informative nel Mercato del Lavoro

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