Il parco scientifico di Hsinchu e il distretto tecnologico di Bagnoli

Andrea Gatto

Andrea Gatto

Visiting Research Fellow presso il CREATES - Università di Aarhus (DK). PhD ABD in Economia, Statistica & Sostenibilità presso l'Università di Napoli "Parthenope"
Andrea Gatto

L’articolo si basa su ricerche e visite condotte nell’ambito del programma di ricerca del National Science Council di Taiwan (Republic of China) nel 2011, presso la National Taiwan University, la National Cheng-chi University, il Hsinchu Science Park e l’Industrial Technology Research Institute.

I distretti tecnologici di Taiwan si sono messi in mostra come buona pratica di agglomerazione spaziale nel contesto dell’industria tecnologica. È questo il caso dello Hsinchu Science Park (HSP), il primo parco scientifico dell’alta tecnologia impiantato sull’isola di Taiwan. Pertanto, oltre a discutere l’evidenza empirica dell’industria elettronica taiwanese, diventa importante avanzare proiezioni di tale pratica nel contesto italiano, prerequisiti per una riconversione industriale foriera di uno sviluppo economico-sociale di lungo termine.

Presupposti per il distretto tecnologico taiwanese

Per analizzare il caso del distretto industriale di Taiwan, è fondamentale comprendere il processo economico-industriale che lo ha reso possibile. Nel contesto della globalizzazione internazionale, gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dal fenomeno della divisione internazionale del lavoro, che ha implicato una riorganizzazione geografica dei sistemi di produzione. La crescente integrazione dei mercati internazionali ha generato un massiccio movimento spaziale di industrie dall’Occidente verso specifiche regioni di recente crescita; in questo ambito, tali aree hanno conosciuto un processo di diversificazione della produzione economica, precedentemente dedicata in larga parte all’agricoltura e all’estrazione mineraria. Questa conversione industriale globale ha spinto molte aziende a spostare alcune fasi della catena del valore o interi rami della filiera produttiva verso quei paesi in via di sviluppo in cui il costo del lavoro era più basso (Salvatore, 2011). Se, come fenomeno della globalizzazione, spesso la delocalizzazione industriale diventava in quegli anni un requisito per mantenere la competitività delle produzioni ad alta intensità di manodopera, c’è consenso sul fatto che tale prassi è spesso avvenuta a scapito di gravi costi sociali ed economici per i contesti nazionali. Il fenomeno illustrato interessa NICs (Paesi di Nuova Industralizzazione) afferenti a varie regioni. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, alcuni paesi dell’America Latina, dell’Est e del Sud-est asiatico, hanno intrapreso una rapida industrializzazione che ha generalmente consentito di accumulare risparmio ed intraprendere investimenti; in diversi casi, tali trend sono avvenuti nel contesto di un più ampio sviluppo sociale ed economico (Maddison, 2003). Per alcune evidenze, vanno registrate sostanziali differenze nella struttura industriale e commerciale tra i vari modelli di sviluppo. Mentre il gruppo latino-americano ha intrapreso una politica industriale pura-mente protezionista, le economie asiatiche hanno portato avanti un protezionismo flessibile, basando le politiche commerciali e l’industrializzazione nazionale su un modello mutevole: in un primo momento i governi hanno posto in essere politiche protezionistiche su prodotti quali abbigliamento e prodotti elettronici a bassa tecnologia; in un secondo momento, sono state attuate politiche industriali orientate alle esportazioni, spostando contemporaneamente le protezioni verso produzioni più avanzate ed ad alta intensità di capitale e tecnologia (D’Antonio, 2006; Gatto, 2013).

Se è vero che il commercio internazionale è stato una base comune per lo sviluppo delle Tigri asiatiche (Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Hong Kong) nella seconda parte del XX secolo, vanno distinte due principali strategie adottate in questo gruppo: un approccio neo-schumpeteriano, in cui grandi conglomerati ad alta partecipazione di capitale pubblico (cheabols o keiret-su) costituivano il fulcro del processo di industrializzazione, concepito per intraprendere le economie di scala necessarie per investire in innovazione tecnologica. In questo quadro, per perseguire gli obiettivi nazionali e raggiungere le ingenti richieste di investimenti in Ricerca & Sviluppo (R&S), venivano individuati e sovvenzionati un numero ristretto di campioni nazionali, per talune evidenze al prezzo di un alto indebitamento pubblico (Wang, 2007). Questo approccio è stato seguito principalmente dalla Corea del Sud e dal Giappone; un modello neo-marhsalliano, caratterizzato da una marcata propensione ad intraprendere economie esterne, evidenza messa in pratica a Taiwan a partire dai primi anni Settanta. Tale modello si caratterizza per la creazione di densi cluster imprenditoriali nei quali le industrie sono in grado di interagire e creare una rete industriale, commerciale e scientifica (Buck, 2000). Questo processo generalmente incentiva la spinta all’innovazione tecnologica. Un modello simile fu posto in essere con il distretto industriale italiano, buona pratica dell’industria manifatturiera tradizionale ed artigianale (Becattini, 2002).

È importante segnalare che nel corso del processo di industrializzazione, queste economie furono in grado di passare agevolmente da processi produttivi ad alta intensità di lavoro ad un’industria ad alta intensità di fattore capitale; in questo contesto, l’insieme delle agevolazioni tariffarie, commerciali e protezionistiche venivano in larga parte riservate al settore elettronico (Kato e Wan Jr. 2001). Le politiche industriali degli stati sviluppisti asiatici si caratterizzarono per un protezionismo strategico, orientato alla crescita del nascente settore industriale e caratterizzato da forti tassi di investimento in R&S e istruzione superiore, necessari per rafforzare il tessuto scientifico e imprenditoriale. Questo fatto ha permesso l’innovazione tecnologica e la creazione di un fertile ambiente imprenditoriale, tecnologico ed industriale.

Il parco scientifico di Hsinchu. Fonte: lightsources.org

Dai transistor all’alta tecnologia: caratteristiche dell’industria elettronica taiwanese

Come abbiamo visto, a partire dai primi anni Settanta, il modello taiwanese si iniziò a differenziare da quello coreano in molti punti. A differenza di quella coreana, l’industria taiwanese basò la sua rincorsa tecnologica sull’implementazione di un fertile ambiente d’affari, arricchito dall’interconnessione tra scienza, ricerca e poli industriali; in questo contesto, lo stato fu chiamato a svolgere un ruolo decisivo di sostegno al settore privato. Attraverso la realizzazione di un ambiente di apprendimento, il settore pubblico, quello privato e il terzo settore furono messi in condizione di realizzare una fitta interazione, con lo scopo di cooperare e competere allo stesso tempo (www.sipa.gov.tw). Nel corso dei decenni, Taiwan è riuscita a costruire una presenza disseminata di piccole e medie imprese (PMI) agglomerate in cluster su tutto il territorio nazionale (Kato e Wan Jr. 2001). Questo fattore fu amplificato dall’adozione delle strategie basate sulle esportazioni dagli anni Sessanta e dal relativo ingresso di buona parte delle principali PMI nei mercati internazionali, fatto che ha richiesto ulteriori incrementi in competitività.

Ciononostante, malgrado i buoni risultati raggiunti a livello locale e nei mercati internazionali, le PMI taiwanesi difficilmente avrebbero potuto raggiungere gli elevati investimenti in R&S dei conglomerati industriali. A questo riguardo, si rivelò fondamentale il ruolo delle esternalità, grazie all’innesto di reti, istituti, investimenti internazionali e risorse esterne (Wang, 2007). In questo circuito, le politiche industriali della repubblica asiatica agevolarono la costituzione del cluster dell’hi-tech: l’implementazione distrettuale è stata spinta da incentivi fiscali, un’agenda basata sugli investimenti in R&S, sull’incubazione e il monitoraggio d’impresa e sulle agevolazioni alle esportazioni (Chang, 2006; Stiglitz, 1996). Come strumento per concretizzare i precedenti obiettivi, i network trovavano realizzazione grazie alla costituzione di parchi industriali e scientifici, cluster hi-tech, distretti industriali, centri scientifici, musei scientifici e aree di divulgazione in cui le imprese, le amministrazioni e le organizzazioni locali e nazionali erano in grado di fare rete e condividere le loro conoscenze ed esperienze. Infatti, ancor più che di collocarsi geograficamente in prossimità di determinate infrastrutture, la priorità di questi poli era per lo più di insediarsi in aree in cui operavano incubatori di impresa, università, think tank e istituti di ricerca (www.most.gov.tw/).

Attraverso queste infrastrutture, il modello taiwanese è stato in grado di creare regioni di apprendimento, sfruttando gli spillover di conoscenza e le esternalità che ne conseguivano; favorendo gli investimenti in R&S e l’innovazione tecnologica, trovavano coniugazione economie di apprendimento e sviluppo economico (Stiglitz, 1996). In effetti, va detto che la conoscenza oggi è comunemente considerata come il quarto fattore di produzione. Dobbiamo precisare che, a partire dagli anni Sessanta, il network, concepito come rete di collegamento necessaria al catching-up tecnologico e alla crescita economica, ha svolto un ruolo decisivo nell’innovazione tecnologica di Taiwan. Ciò si è rivelato necessario al cambiamento industriale della nazione, consentendo il passaggio dalla produzione di abbigliamento fino all’industria hi-tech come previsto dalla scala flessibile delle misure protezionistiche adoperate. La graduale apertura al commercio internazionale passò allo stesso tempo per sovvenzioni mirate, di volta in volta, allo specifico settore industria-le nascente. Seguendo questo percorso industriale, nell’arco di trent’anni Taiwan è diventata leader globale nel settore dell’alta tecnologia, apprezzata in particolare per i calcolatori portatili, i semiconduttori e i componenti elettronici (Wang, 2006). Oggi questa rete di collegamento si può apprezzare anche oltre i confini nazionali: l’emergere della Tigre asiatica ha significato la realizzazione di forti sinergie con la Silicon Valley negli Sta-ti Uniti e poi con partner stranieri, con lo scopo di rafforzare il commercio internazionale e in seguito di trasferire le fasi di produzione industriale legate alla manodopera. L’evoluzione industriale, agevolata dalla flessibilità del modello intrapreso, dall’internazionalizzazione delle imprese e dall’aumento degli investimenti in R&S ha portato alla necessità di aumentare sia l’efficacia che una pluralità di collegamenti esterni. Come indicato da Ernst (2001), possiamo riassumere i linkage del distretto taiwanese come segue: 1) reti informali peer-to-peer; 2) innovazioni istituzionali per l’internazionalizzazione; 3) forti legami tra le imprese domestiche; 4) gruppi di imprese basati su holding companies. Una volta internazionalizzate, le imprese taiwanesi hanno iniziato a sperimentare produzioni spazialmente diversificate, delegando i processi di base e la manifattura in Cina continentale e nel Sud-Est asiatico. Nella maggior parte dei casi le industrie hanno mantenuto una taglia piccola o media, in alcuni casi hanno raggiunto grandi dimensioni, anche se va registrata la presenza di alcuni conglomerarti anche nella ROC, sebbene di minore rilievo rispetto a Giappone e Corea del Sud (Maddison, 2003). Tra i gruppi internazionali operanti nella ROC, vanno menzionate TSMC, UMC, Acer, Asus, HTC.

Il parco scientifico di Hsinchu (HSP) e l’Istituto di Ricerca di Tecnologia Industriale (ITRI)

Ora possiamo analizzare in modo dettagliato quali sono le basi industriali che hanno consentito la realizzazione del Hsinchu Science Park. Il periodo cruciale dello spostamento del mercato industriale dell’elettronica verso l’hi-tech va individuato nel corso degli anni Settanta, quando venne pianificata la Silicon Valley asiatica a Hsinchu. Le strategie di sviluppo realizzate nella ROC portarono, nel dicembre 1980, all’innesto del primo parco scientifico a Taiwan, che avvenne sette anni dopo la fondazione dell’ITRI. Seguendo il modello della Silicon Valley californiana, il governo diede un forte impulso alla realizzazione di una particolare combinazione tra distretto tecnologico, parco industriale e centro scientifico, individuata come strategia per favorire uno sviluppo economico trainato dal settore dell’industria hi-tech. Le politiche perseguite volsero altresì al recupero dei migliori espatriati taiwanesi in campo scientifico e manageriale, già beneficiari di finanziamenti pubblici per fruire di un’istruzione avanzata in Giappone, UE e Stati Uniti (D’Antonio, 2006). In particolare, si rivelò estremamente proficuo il recupero di professionisti chiave che, dopo aver acquisito competenze tecniche nella Silicon Valley americana, in università, imprese e centri di ricerca internazionali, furono richiamati alla base per acquisire posizioni direttive come pionieri del mercato dell’ITC, nelle vesti di imprenditori, ricercatori e professionisti nazionali; al contempo, ciò servì ad ampliare la rete estera e dar vita a nuovi spillover di conoscenza (Hayther, 2004).

Riguardo la struttura dell’HSP, è importante osservare che essa si impernia sul raggruppamento di tre componenti: sfera scientifica, industriale e commerciale. Il valore aggiunto che puntualmente caratterizza questi particolari distretti dell’elettronica va ricondotto ai seguenti elementi: 1) incubatori di start-up; 2) dipartimenti dedicati alla formazione e all’apprendimento per i diversi stakeholder; 3) servizi per il business; 4) organizzazione e programmi per l’implementazione del network; 5) divulgazione, musei e intrattenimento. In tal modo sono state realizzate delle autentiche regioni di apprendimento, dove sono state collocate ed attivate infrastrutture funzionali all’ottimizzazione dei processi, think tank, istituti di ricerca e spillover imprenditoriali (come segnalato dal sito del Ministero della Scienza e della Tecnologia: www.most.gov.tw). Oltre alle aree di apprendimento, furono garantite agevolazioni alle moderne smart city, offrendo buone infrastrutture e soluzioni lavorative ad un’intera regione di apprendimento (WEF, 2013). In questo contesto, l’ITRI è diventato una pietra miliare nel processo di innovazione e nella tecnologia del sapere. Il Centro, articolazione del Governo e del Ministero dell’Istruzione, esprime oggi l’avanguardia innovativa internazionale nell’ambito di diversi settori dell’ elettronica. Dalla sua nascita, nel 1973, l’ITRI ha contribuito notevolmente a colmare il gap tecnologico nazionale della ROC. Tra le ricerche condotte dall’ITRI, molte hanno fruttato brevetti strumentali alla crescita dell’HSP (Wang, 2007; www.itri.org.tw). La concatenazione col settore privato è immediata, laddove molti dipartimenti sono strutturati come vere e proprie PMI, così come lo sono l’incubazione, il supporto logistico e il riferimento che vuole essere lo stesso centro per chi è interessato ad intraprendere una nuova attività, anche in connessione con la Silicon Valley californiana. In questo contesto, sono molte le attività di ricerca, in diversi campi della tecnologia applicata (www.most.gov.tw). Pertanto, dal 1973 al 1980, nel Paese furono messi in atto i presupposti per il lancio di un pool volto all’interazione tra governo, due università tecniche, un nuovo distretto industriale tecnologico, associazioni scientifiche e di categoria. La scelta di combinare le basi del comparto industriale, scientifico e commerciale era stata pianificata per intensificare le interazioni e generare spillover di conoscenza, necessari per raggiungere traguardi nei settori di ricerca e sviluppo e in quello dell’innovazione tecnologica, che in altri Paesi erano stati possibili solo ricorrendo adingenti investimenti finanziari e all’aumento del debito pubblico (www.most.gov.tw). Va detto che il cluster asiatico fu concepito con l’idea di creare innovazione, più che con quella di seguire i trend. Con questo approccio proattivo si diede impulso ad una realtà egemone nell’industria delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), che oggi detiene circa il 70% dell’intera produzione mondiale di componenti (WEF,2013). Al di là dei personal computer, la produzione si estende a semiconduttori, telefoni cellulari, chip e processori che oggi fanno dell’asse ITRI-HSP la Silicon Valley asiatica. (www.sipa.gov.tw). Esaminando più a fondo, Hsinchu ha recitato il ruolo di apripista: l’HSP è stato seguito negli anni da altri distretti a Nuova Taipei (Nankang Park), Central Taiwan, Kahosiung e, ancora, nella contea di Hsinchu. Per effetto di questi gruppi scientifici, industriali ed imprenditoriali, oggi le attività applicative di ICT si moltiplicano nel Paese grazie a programmi e-learning promossi dal Consiglio Nazionale Scientifico, attraverso una costante attività di ricerca (www.moea.gov.tw). Oggi l’alta tecnologia ha avuto un impatto significativo sull’innovazione del Paese, venendo comunemente utilizzata per una gamma di attività che spazia da quelle puramente scientifiche, come il monitoraggio e la prevenzione dei tifoni e dei rischi sismici della regione, a quelle che concernono abituali mansioni quotidiane. L’HSP ha reso noto che l’ammontare delle entrate del Parco è stato di 1200 miliardi di dollari taiwanesi nel 2010 (circa 30 milioni di euro), con un incremento annuale di oltre il 60% (www.sipa.gov.tw). Il direttore generale Randy T. M. YEN, intervistato dal China Post, ha dichiarato: «Negli ultimi trent’anni, l’HSP ha contribuito a rendere famosa in tutto il mondo l’industria Hi-Tech di Taiwan, e molti dei suoi prodotti sono considerati i migliori al mondo. I parchi scientifici sono diventati man mano la forza trainante più importante nell’economia taiwanese: essi sono insostituibili motori per la crescita» (Bruyas, 2010). Come è stato sostenuto nel China Post, «l’evidenza empirica ha confermato che la creazione dell’HSP è stata una svolta fondamentale nella costante innovazione delle industrie e delle tecnologie di Taiwan» diventando il fattore principale per la crescita della Tigre asiatica.

L’industria taiwanese ha ribadito al mondo l’importanza del network nell’era dell’economia della conoscenza (Hayther, 2004). Infatti, bisogna ricordare che per il Parco Scientifico di Hsinchu, agglomerazione e sapere hanno giocato un ruolo fondamentale, tanto per lo scambio di informazioni, quanto per le infrastrutture. Riguardo il primo, l’industria taiwanese può essere considerata una buona pratica di prossimità spaziale, in quanto ha favorito la proliferazione del network come moltiplicatore di capitale sociale. Così, si è stimolato l’innesto di spillover di conoscenza dall’ambiente dell’apprendimento, accrescendo la diffusione di know-how e tecnologia. Per quanto concerne il secondo, le infrastrutture si sono rivelate fondamentali affinché l’ambiente d’apprendimento costruisse un adeguato tessuto di sapere, in cui fossero agevolati scambi e sinergie tra le varie componenti. Istituti di ricerca, think-tank, università, aree di formazione, servizi finanziari ed aziendali e strutture ruotano ancora oggi attorno all’industria elettronica. La propensione al commercio internazionale e la parziale delocalizzazione industriale che hanno caratterizzato la seconda e la terza fase dell’industrializzazione taiwanese, hanno determinato un definitivo incremento in termini di competitività. Agglomerando tutte queste strutture, il distretto taiwanese è riuscito a costruire luoghi ad alto valore di fattore conoscenza. Grazie agli spillover di conoscenza e dai benefici derivanti dal networking della rete, il distretto tecnologico taiwanese ha mostrato l’importanza dell’agglomerazione industriale orizzontale, come risposta alle richieste dei mercati globali (Hayther, 2004). Questo modello industriale post-fordista, trainato dal settore tecnologico, si è evidenziato come best practice di industrializzazione nel contesto dell’agglomerazione spaziale aziendale regionale nel dibattito geografico-economico; per questo, Hsinchu potrebbe rivelarsi un valido modello da esportare, di particolare impatto in tempi di perduranti congiunture economiche. Riassumendo, si può asserire che il distretto tecnologico taiwanese ha mostrato all’arena internazionale come si possa efficacemente sopperire alla mancanza di grandi gruppi industriali grazie alla creazione di fitte reti di diffusione del sapere, messe in piedi tra le PMI del gruppo; tuttavia, malgrado le mancate concentrazioni di capitale, è stato fondamentale dare slancio all’efficienza della produzione industriale (Hayther, 2004).

Prospettive per esportare Hsinchu: il parco scientifico di Bagnoli

Il distretto tecnologico di Taiwan ha evidenziato l’importanza di un settore industriale efficiente, dinamico e a vocazione internazionale, nell’innescare uno sviluppo economico di lungo periodo. Sulla base del distretto manifatturiero italiano, la lezione asiatica potrebbe risultare di grande contributo per l’Italia e l’UE, in virtù della performance realizzata sotto il profilo dello sviluppo industriale. Come specificato, le interazioni tra ricerca, industria e commercio, hanno evidenziato una buona pratica in termini di economia industriale, della conoscenza e della rete. In effetti, in molti casi il distretto industriale italiano ha ottenuto risultati importanti, riuscendo a combinare obiettivi economici e sociali attraverso un mix di strategie locali e globali. La realizzazione di un comparto industriale dell’elettronica in Italia segnerebbe un definitivo spostamento verso produzioni ad intensità di fattori capitale e conoscenza, di urgente importanza per il processo di reindustrializzazione innovativa.

L’area di Bagnoli a Napoli. Fonte: Ilpost.it

Nello specifico, il distretto tecnologico di Taiwan, prima ancora della Silicon Valley, dovrebbe essere preso in considerazione per la riconversione industriale di molte regioni dell’Europa meridionale; in particolare, è importante formulare ipotesi per Bagnoli, l’area industriale dismessa di Napoli Ovest, in passato destinata all’industria pesante. La zona presenta un’area geografica strategica per la quale diventa importante investire, come misura per stimolare lo sviluppo economico e sociale regionale e la riqualificazione urbana del Mezzogiorno. Bagnoli già dispone delle basi di un tessuto di apprendimento tecnologico: il Science Centre, la Città della Scienza, inaugurato nel 1996 (Greco, 2006). Esso è costituito da un centro di divulgazione scientifica e da un museo “hands on”, un incubatore hi-tech, nel quale convergono molte start-up tecnologiche (il Polo Tecnologico, già Business Innovation Center) e un’area di formazione. La messa a sistema delle imprese incubate ormai mature, garantita dal Consorzio Area Tech Coroglio, primo distretto tecnologico dell’industria della conoscenza a impatto zero localizzato a Napoli. Nonostante la giovane età, il Consorzio attesta che il comparto ha registrato nel 2013 un fatturato complessivo di 20 milioni di euro e duecento occupati (http://www.atcoro-glio.it), offrendo servizi di natura commerciale e tecnologica. Tra le altre iniziative, si segnala altresì il Centro Commerciale Naturale di Bagnoli, pool di realtà imprenditoriali commerciali, artigianali e associative, nato nel febbraio 2014). Per questi motivi, diventano essenziali misure di politica industriale atte a stimolare l’interazione pubblico-privato in quest’area, per trasformare le ex industrie siderurgiche in un distretto industriale hi-tech, affermando il giovane polo a livello nazionale; così si darebbe slancio alla creazione di occupazione, promuovendo al contempo lo sviluppo locale. Del resto, altri casi di riconversione industriale in altre parti del mondo hanno dimostrato che una reindustrializzazione sostenibile sembra oggi necessaria per riacquisire la competitività economica del Paese e dell’UE (Raf-fa, 2011). Peraltro, il Parco Scientifico taiwanese ha dimostrato che la localizzazione di un polo integrato dove far interagire il settore scientifico, industriale e commerciale, può rappresentare un passo fondamentale per frenare la fuga di cervelli e riacquisire il capitale umano rappresentato dagli espatriati italiani ad alta qualificazione (WEF, 2013).

Con particolare riferimento alla costruzione di centri integrati per l’industria tecnologica, si notificano alcuni segnali in Italia: l’Etna Valley in Sicilia, il Parco della Bioindustria del Canavese, il proto-distretto del Piemonte, L’Environment Park di Torino e l’AREA Science Park di Trieste, sono tutte strutture di grande portata, anche se talvolta risultano incoraggianti più per le potenzialità che per i risultati raggiunti (Monni e Spaventa, 2008). Del resto, l’Italia ha già sperimentato nella storica Olivetti un primatista industriale del campo della tecnologia d’avanguardia: raggiungendo conclamati risultati in campo economico, sociale e ambientale, l’impresa italiana si è segnalata a livello internazionale nel campo dell’innovazione e della gestione industriale. Assimilando le buone pratiche e basandosi sull’effettivo successo di alcuni dei casi migliori del distretto manifatturiero italiano e dall’industria ICT taiwanese, l’Italia dovrebbe comprendere di avere in Bagnoli l’occasione e le possibilità per costruire un parco scientifico nazionale. Questa soluzione sarebbe una prima misura per garantire il cambiamento sociale e lo sviluppo economico necessari per offrire innovazione e possibilità occupazionali al Mezzogiorno e al Paese.

Approfondimenti
G. Becattini, From Marshall’s to the Italian “Industrial Districts”. A Brief Critical Reconstruction, in Complexity and Industrial Clusters: Contributions to Economics, Springer, 2002. / Bruyas D., Hsinchu Science Park: a bastion for growth, innovation and cluster-based industries, “The China Post”, 15 dicembre 2010. / Buck D., Growth, disintegration, and decentralization: the construction of Taiwan’s industrial networks, in “Environment and Planning” vol. 32, 2000. / Chang H., Industrial policies in East Asia: lessons for Europe, “EIB Papers”, vol. 11 n. 2, 2006. / D’Antonio M., Economia e politica dello sviluppo, Giappichelli, Torino, 2006. / Ernst D., Small firms competing in globalized high-tech industries: the co-evolution of domestic and international knowledge linkages in Taiwan’s computer industry in Guerrieri P., Iammarino S., Pietrobelli C. (a cura di), The Global Challenge to Industrial Districts: SMEs in Italy and Taiwan, Edward Elgar, Cheltenham, UK, 2001. / Gatto A., Il modello di sviluppo asiatico: spunti per un capitalismo etico tra crescita benessere, in “FUTURI” vol. 1 n. 1, IIF Press, Napoli, 2013. / Greco P., La Città della Scienza, Bollati Boringhieri, Milano, 2006. / Hayter R., The Dynamics of Industrial Location: The Factory, the Firm and the Production System, Department of Geography, Simon Fraser University, Burnaby, 2004. / Kato T., Wan Jr., Specialization pattern and multistaged growth: Korea and Taiwan compared, in “Review of Development Economics”, vol. 5 n. 2, 2001. / Maddison A., The World Economy: Historical Statistics, OECD Development Centre, 2003. / Monni S., Spaventa A., Cluster e distretti tecnologici: modelli e politiche, collana del dipartimento di economia, Università degli Studi Roma Tre, Working Paper n° 84, 2008. / Raffa M., Napoli Innovazione e Sviluppo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2010. / Stiglitz J.E., Some lessons from the east Asian miracle, in “The World Bank Research Observer” vol. 11 n. 2, Washington D.C., 1996. / Wang Jenn-Hwan, From technological catch-up to innovation-based economic growth: South Korea and Taiwan compared, in “Journal of Development Studies”, vol. 43 n. 6, 2007. / World Economic Forum, Repository of Talent Mobility Good Practices, Hsinchu Science Park, 2013, http://www.weforum.org/best-practices/talent-mobility/hsinchu-science-park.

 

Andrea Gatto

About Andrea Gatto

Presidente del Center for Economic Development & Social Change ed editor-in-chief della Rivista "Sviluppo, Sostenibilità, Innovazione Sociale". È Visiting Research Fellow presso il CREATES - Università di Aarhus (DK), nonché PhD ABD in Statistica e Sostenibilità all’Università di Napoli “Parthenope”. I suoi attuali interessi di ricerca analizzano il nesso tra sviluppo e sostenibilità, in particolare la politica e la regolamentazione energetica ed agraria. Questo include la vulnerabilità e la resilienza, l'agenda dello sviluppo e gli SDGs (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell'ONU), e la microfinanza, esaminati in un'ottica storica di lungo termine, di analisi del ciclo economico e degli indicatori compositi.

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