Lezioni per l’Europa: crisi e prospettive di sviluppo economico dell’eurozona – intervista a Giuseppe Di Taranto

Andrea Gatto

Andrea Gatto

Visiting Researcher presso la California Polytechnic State University (CalPoly). Dottorando di Ricerca in Economia, Statistica & Sostenibilità presso l'Università di Napoli "Parthenope"
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Giuseppe Di Taranto

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Professore Ordinario di Storia Economica presso la LUISS "Guido Carli" di Roma
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    Il professor Giuseppe Di Taranto, docente ordinario presso la LUISS Guido Carli, è tra i più affermati divulgatori economici in tema di politica economica europea, crisi finanziarie internazionali, storia e teoria dello sviluppo economico. La XIV Lezione Angelo Costa, organizzata dalla Rivista di Politica Economica, Confindustria e LUISS Guido Carli, quest’anno si è basata sulla lectio magistralis del Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, avente come titolo “Can the Euro Be Saved? An Analysis of the Future of the Currency Union”. Abbiamo intervistato il prof. Di Taranto per commentare gli atti della giornata sulle basi del suo ultimo libro: L’Europa tradita. Lezioni dalla moneta unica (LUISS Press).

     

    A.G. Professore, il suo ultimo testo si rifà alla sua pubblicazione “Basi problematiche della moneta Europea – I futuri del capitalismo” (G. Di Taranto, Aspenia 56, aprile 2012). In entrambi lei riconduce la debolezza odierna dell’Unione Monetaria Europea (UME) a vizi di fondo del sistema valutario europeo e decisioni successive che trovano la sintesi nella prevaricazione del rigore fiscale sulla crescita economica e nella German Dominance. Crede che siamo destinati ad assistere ad un’Europa a due marce o è plausibile una convergenza economica, come richiamo al precetto UE?

    G.D.T. Credo che il rischio di vederci costretti ad assistere ad un’Europa a due velocità sia serio. Questo va imputato innanzitutto alle regole imposte dai trattati di Maastricht del 1992 e di Lisbona del 2008. Analizziamo i punti salienti del quadro economico europeo. Persino in ambito accademico tedesco, gli analisti economici hanno constatato che, se non ci fosse stato l’euro, il marco sarebbe oggi rivalutato di circa il 40%; inoltre, con la moneta unica i partner europei dell’UME non possono ricorrere a svalutazioni competitive per aumentare la loro concorrenzialità. Questo significa che, con Maastricht, l’Unione europea ha messo la Germania in una condizione di monopolio rispetto agli altri paesi dell’eurozona, marcando una distanza significativa nei confronti dei paesi più deboli dell’Unione europea. Va detto, ancora, che uno dei precetti fondamentali dell’UME è il principio di sovranità condivisa, espresso dalla Corte Europea di Giustizia. È chiaro, però, che l’evidenza della dominance tedesca ha reso tale principio subalterno alle disposizioni tedesche. Infine, un’altra osservazione: i paesi che hanno sforato il rapporto deficit/PIL del 3%, come l’Italia, sono stati giustamente sanzionati, a differenza della Germania che ha invece registrato un surplus negli ultimi tre anni. Nonostante il fatto che i Trattati stabiliscano un saldo massimo delle partite correnti rispetto al PIL del 6%, mentre la Germania è arrivata al 7%, lo sforamento del suddetto surplus prevede unicamente un monitoraggio dalla Commissione, ma non una sanzione.

     

    A.G. La crisi dell’eurozona ha generato come reazione le minacce del populismo, dell’euroscetticismo e revanscismo: quali sono i rischi connessi alla tenuta dell’area valutaria?

    leuropa-traditaG.D.T. In “Lezioni dalla moneta unica” si esprime un concetto: essere vincolati a parametri errati o inventati è un errore, ma lo è anche abbandonare l’euro. Il problema che si pone oggi con massima urgenza è quello di cambiare tempestivamente questi parametri. Si tratta di diverse soluzioni che l’Italia è chiamata ad adottare per il Semestre Italiano di Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea. Nel libro esprimo sei proposte di grande importanza per il rilancio della competitività del nostro paese. La prima riguarda proprio il rapporto tra Stati in surplus e Stati in deficit: la mia proposta è che gli Stati in surplus come la Germania destinino una quota di questo surplus (verosimilmente l’1%) al fondo salva-Stati, richiamando il meccanismo di stabilità, che serve invece ad aiutare i paesi in crisi. In caso contrario, il gap tra paesi a due velocità è destinato ad aumentare con puntualità allarmante.

     

    A.G. Il suo disegno del Semestre Italiano di Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea si profila come una grande opportunità per l’Italia. Si parla di riforme strutturali e delle organizzazioni finanziarie internazionali e proposte per una nuova politica economica…

    G.D.T. È importante richiamare due ulteriori proposte: la prima designa la BCE quale prestatore di ultima istanza nella veste di organizzazione finanziaria internazionale. È interessante sapere che nell’anno della fondazione della BCE, il 1998, fu sottoscritto un manifesto a firma di premi Nobel e studiosi di economia, il Manifesto contro la disoccupazione in Europa. In questo manifesto, gli economisti esprimevano le proprie riserve circa lo statuto della BCE, in quanto non conforme a quello della Federal Reserve americana: l’attenzione riservata nello statuto all’inflazione non veniva seguita dagli obiettivi di crescita e occupazione. Ne conseguiva che lo scopo della BCE diventava unicamente quello di tenere l’inflazione sotto controllo. Dopo 16 anni la discussione è rimasta ferma sull’eventualità, per la BCE, di essere prestatore di ultima istanza. È da rimarcare che tutte le altre banche centrali hanno la facoltà di attuare una regolare politica monetaria e quindi assolvere il ruolo di prestatore di ultima istanza. La domanda da porsi è: perché la BCE deve compiere operazioni border line, poi denunciate alla Corte Costituzionale Tedesca, che rimanda poi la decisione alla Corte di Giustizia Europea? È chiaro che anche in questo caso l’egemonia tedesca esprime la sua pervasività, andando a porre ulteriori limiti alla crescita dell’eurozona.

    Altra soluzione che avanzo nel testo è di introdurre una flessibilità interna ed esterna per la valuta comune. Analizziamo un dato: nel 2011 l’Italia ha registrato un decremento del PIL dello 0,3%; se da un lato nel 2011 la riduzione dello spread ha comportato un aumento marginale dello 0,1% del PIL, ciò è avvenuto a fronte di un calo marginale dello 0,4% del PIL a causa dell’apprezzamento dell’euro. Misura utile, in tal senso, sarebbe stata quella di dare maggiore flessibilità esterna e al contempo interna all’euro: in mancanza di svalutazioni competitive, gli accordi comunitari consentirebbero di far recuperare competitività ai paesi svantaggiati dal Trattato di Maastricht.

     

    A.G. Alla XIV Lezione Angelo Costa, Joseph Stiglitz ha avanzato chiare remore sui principi fondamentali dell’eurozona, ventilando possibili scenari per l’Unione Monetaria Europea. In che termini possono incidere misure strategiche di politica industriale e politiche fiscali espansive nel restaurare competitività e crescita nell’eurozona, in particolare nell’area PIIGS, quella cioè dei paesi più deboli dell’eurozona?

    G.D.T. Con ogni probabilità oggi si tratta degli unici strumenti efficaci per recuperare il terreno perduto. Per questo, paesi dell’UME come l’Italia si stanno battendo per una maggiore flessibilità del Patto di Stabilità per trainare risorse verso la crescita e non soltanto in ossequio all’obiettivo del rigore. Del resto, come ha rimarcato lo stesso Fondo monetario internazionale in qualità di membro della trojka, l’austerity è stata un fallimento, sia sotto l’aspetto tecnico che empirico: questo perché un moltiplicatore fiscale in condizioni di crisi ha effetto sulla decrescita e non sulla crescita. Le riflessioni avanzate da Stiglitz alla Lezione Costa sembrano non solo esatte, ma parte di un consensus intellettuale che personalmente precorro già dal 2004, allora tempi non sospetti. Aspetto da non tralasciare è che, nel 2012, ben 11 paesi UME sottoscrivevano un accordo per la crescita mai avallato dalla Germania. Diventa difficile pensare ad uno sviluppo senza crescita, anche perché proseguire sulla scia del rigore significa rimanere nell’impasse che si è venuta a creare.

     

    A.G. Analizziamo nello specifico le criticità dei parametri del Patto di Stabilità e Crescita e di Maastricht all’interno delle dinamiche dell’UME

    G.D.T. È importante sottolineare un aspetto affrontato nel testo riguardante i due parametri fondamentali del Patto di Stabilità e Crescita e del Trattato di Maastricht: il rapporto deficit/PIL al 3% e il rapporto debito/PIL al 60%. Il primo è un rapporto inventato ai tempi di Mitterand. Quanto al secondo parametro, va anzitutto detto che il rapporto-soglia fu, in realtà, individuato nel 90% da Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff; il rapporto fu in seguito confutato da un gruppo di studenti universitari di Philadelphia, che analizzarono l’inefficacia dei calcoli riguardanti il rapporto limite; gli stessi autori del rapporto al 90% (quindi di molto superiore al parametro utilizzato dall’UME) hanno riconosciuto il proprio errore. Successive ricerche empiriche hanno dimostrato che non esiste un rapporto-soglia tra debito e decrescita, mentre diventa cruciale analizzare l’impego del debito pubblico. Ne è dimostrazione il fatto che il Giappone, pur avendo un rapporto debito/PIL superiore a quello italiano, registra un tasso di crescita consistentemente superiore a quello italiano.

     

    Viene da chiedersi: se si tratta di regole auree dell’economia, per quale ragione i parametri si applicano solo nei 18 paesi dell’area euro nel mondo? E come mai proprio quest’area cresce meno rispetto ad altre aree sviluppate del mondo che possono applicare politiche monetarie e non si vedono bloccate da questi vincoli?

     

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    A.G. Nel suo testo si traccia un confronto tra le divergenze in termini di crescita e politica monetaria fra le due sponde dell’Atlantico

    G.D.T. Sicuramente il caso degli Stati Uniti è esemplificativo, ma non è l’unico. Si consideri, allo stesso tempo, l’esperienza della Germania: l’economia tedesca, pur avendo un rapporto debito/PIL virtuoso, registra un debito pubblico superiore a quello italiano. È evidente che ad incidere significativamente sia la crescita. Considerando il rapporto debito/PIL, i paesi in crisi mostrano puntualmente denominatori inferiori, per cui il rapporto tende a salire.

     

    A.G. Restando in tema di competitività, in che misura possono incidere per il futuro sviluppo nazionale e comunitario il commercio e la finanza internazionale? In che ottica valutare la leva delle svalutazioni interne e quella delle delocalizzazioni?

    G.D.T. In ambito di globalizzazione, le delocalizzazioni hanno assunto un ruolo centrale nella UE. Per rilanciare la competizione nei mercati internazionali, diventa necessario dotarsi di risorse capaci di garantire l’innovazione tecnologica, processo attuabile mediante investimenti in Ricerca & Sviluppo. Nel momento in cui molti paesi si trovano ad affrontare crisi di grande portata, i suddetti investimenti si trovano spesso a subire drastici tagli. D’altro canto, in aree come l’UME, è inibito il ricorso a svalutazioni competitive, per cui l’unico strumento per aumentare la competitività aziendale è la riduzione dei salari; questo perché vengono meno le risorse finanziarie necessarie a generare i vantaggi competitivi, inibiti dal decremento in tecnologia e R&S. Questo spiega perché, con l’integrazione dei mercati, la delocalizzazione diviene una strategia consueta: muovere le proprie attività verso economie caratterizzate da bassa intensità di capitale consente all’impresa di abbattere il costo del lavoro salariato e quindi fronteggiare la competitività. Piuttosto che subire lo stigma dell’opinione pubblica, bisognerebbe comprendere che le aziende nazionali sono spesso chiamate ad attuare tali pratiche per evitare di cedere quote di mercato ad imprese di diversa nazionalità; e questo con particolare riferimento alle piccole e medie imprese che non possono essere tacciate di essere le responsabili di tali sciagure in tempi di crisi. Questa prassi, assieme alle altre, chiama a rivedere il quadro della dinamiche globali, con particolare riferimento alle regole interne dell’UME, che stanno diventando un vero cappio per l’economia. Casi come l’Electrolux dovrebbero invitare alla riflessione.

     

    A.G. Lei ha ribadito in più circostanze che, in ambito comunitario, l’austerità è diventato uno dei maggiori freni allo sviluppo, segnalando la necessità di misure d’intervento correttive del fiscal compact. In questo quadro che ruolo rivestirebbe una politica fiscale comunitaria?

    G.D.T. Strutturare un budget unico è di importanza fondamentale. E questo soprattutto in ragione del fatto che la politica fiscale attualmente è un elemento distorsivo della competitività. Questo perché, in assenza di un’armonizzazione interna, la politica fiscale viene demandata alle singole nazioni e, rimanendo l’ultimo strumento a disposizione degli Stati per drenare risorse finanziarie, ciò porta paesi come i PIIGS ad inasprire la pressione fiscale nazionale; effetto dell’aumento dell’imposizione fiscale sono la riduzione dei consumi e l’aumento della deflazione, che generano un circolo vizioso per paesi come l’Italia. Diventa fondamentale un’armonizzazione concordata del budget, anche per disporre di poteri d’acquisto più simili tra i paesi dell’eurozona. Nel periodo 2001-2012 l’Italia ha perso il 39,7% del suo potere d’acquisto. Queste evidenze dimostrano quanto il sistema libero-concorrenziale, in particolare con riferimento alla zona euro, sia in realtà distorto e che la priorità che assume oggi la politica fiscale comunitaria.

     

    A.G. Analizzando più nel dettaglio gli studi di prospettiva relativi allo sviluppo economico, eventi come la “Rassegna dell’Economia in Campania e nel Mediterraneo Napoli 2020” raccolgono oggi un crescente consenso: quale lascito possono consegnare queste commissioni, in particolare nelle analisi di sviluppo economico?

    G.D.T. L’economia euro-mediterranea può dare il proprio contributo alla crescita del Mezzogiorno. Il 30 luglio scorso lo SVIMEZ ha fornito un quadro drammatico delle condizioni del Sud Italia, sia in chiave nazionale che globale. La bontà del riunire i massimi esperti del settore attorno a un tavolo è pacifica, ma diventa poi fondamentale tradurre questi in realtà, evitando che restino solo proclami. Ne è un esempio il fatto che analisi e previsioni avevano indicato per il 2010 l’area euro come la regione trainante a livello internazionale in termini di innovazione tecnologica. Siamo oggi costretti a traslare tali programmi al 2020, dal momento che la pianificazione disegnata non è stata seguita da una reale implementazione dei programmi.

     

    A.G. In tal senso l’area ovest di Napoli sarebbe potuta divenire negli ultimi anni volano per l’innovazione tecnologica per l’Italia e il Mediterraneo.

    G.D.T. Il discorso affrontato è da estendere a Napoli e alla Campania, in particolare con riferimento all’ex area industriale di Bagnoli, alle sue potenzialità in termini industriali e della crescita economica che sarebbe in grado di generare. I presupposti e le strutture istituzionali per consolidare un’area d’innovazione tecnologica sono già maturi, l’implementazione di un distretto sarebbe di importanza cruciale per generare occupazione nel territorio oltre che investimenti in R&S e alimentare la competitività. In definitiva, per la programmazione ventura andranno evitate débâcle come il fallimento di un progetto ambizioso come Bagnoli Futura e orientate politiche specifiche per il rilancio dell’occupazione contestuale al recupero dell’area ovest di Napoli.

    A riguardo della misurazione della competitività, però, va osservata una circostanza: a inizi anni 2000 furono cambiati i sistemi di rilevazione di competitività dell’eurozona dall’Eurostat. Come effetto, regioni come la Sicilia, la Calabria e Campania balzarono da un anno all’altro da tassi di disoccupazione superiori al 20%, a indici talvolta prossimi ai cinque punti percentuali. Escludendo l’eventualità di un boom economico meridionale, ci trovammo a dover constatare la volatilità e talvolta vacuità di tali indici; del resto, in termini di competitività, l’Italia risulta da molti anni tra gli ultimi paesi in Europa. Ancora, è importante rimarcare che l’Eurostat annovera parametri quali la sanità e lo spread che nulla hanno a che vedere con la competitività. Per questo motivo, una regione come la Lombardia ha perso oltre venti posizioni dal 2010 al 2013. Singolare è il monito della stessa Eurostat nell’avvertire che i dati dei due anni non sono comparabili. Anche in riguardo a questa prassi ci sarebbe bisogno di comprendere come vengono evinti questi indici.

     

    A.G. Da esperto di studi sullo sviluppo, quali insegnamenti crede sia opportuno cogliere in sede UE in un’ottica di lungo termine dai percorsi delle economie emergenti e il relativo posizionamento nei mercati internazionali?

    G.D.T. Va anzitutto ricordato che, mentre la crescita è basata su variabili quantitative, lo sviluppo, che si basa sulla crescita, è determinato dal miglioramento da variabili qualitative quali infrastrutture, istruzione, sanità, R&S e quindi evoluzione sociale. Contrariamente a quanto metabolizzato dall’UE, la premessa per lo sviluppo è la crescita economica, come conseguenza qualitativa alla stessa. L’incremento di risorse diventa cruciale per intraprendere percorsi di sviluppo virtuosi, caratterizzati per incrementi di entrambe le componenti. Se è vero che senza un aumento delle risorse finanziarie un paese non può apportare miglioramenti agli standard nazionali, il rischio inverso è quello di imbattersi in pratiche negative come il primo periodo di crescita economica della Cina o la situazione che affronta tutt’oggi buona parte della regione araba: una crescita economica non assecondata da un sostanziale sviluppo e un’alta concentrazione del reddito disponibile.

     

    A.G. Lezioni dalle crisi, previsione dei tracolli finanziari e nuovi modelli di sviluppo: professore, ci incamminiamo verso nuovi paradigmi dello sviluppo economico?

    G.D.T. Malgrado le difficoltà mosse dalla crisi finanziarie, dal mondo sono numerosi i segnali di cambiamento strutturale da poter intraprendere. La ristrutturazione passa per nuove misure economiche coincidenti con una rinnovata attenzione verso lo sviluppo economico e i moniti scaturiti dalle crisi globali. La previsione delle crisi, per quanto ancora nebulosa, diventa un passaggio importante da assorbire come lezione. Va sottolineato, però, che proprio in ragione dell’integrazione globale dei mercati, diventa importante una migliore regolamentazione degli stessi. Purtroppo, però, come sono solito rimarcare, dobbiamo constatare che oggi l’unica regola dei mercati è di non avere regole.

     

    Essere vincolati a parametri errati o inventati è un errore, ma lo è anche abbandonare l’euro. Il problema che si pone oggi con massima urgenza è quello di cambiare tempestivamente questi parametri.

     

    Andrea Gatto

    About Andrea Gatto

    Presidente del Center for Economic Development & Social Change ed editor-in-chief della Rivista "Sviluppo, Sostenibilità, Innovazione Sociale". È Visiting Researcher presso la California Polytechnic State University (CalPoly), nonché Dottorando di Ricerca in Economia, Statistica e Sostenibilità all’Università di Napoli “Parthenope”. I suoi attuali interessi di ricerca analizzano il nesso tra sviluppo e sostenibilità, in particolare la politica e la regolamentazione energetica ed agraria. Questo include la vulnerabilità e la resilienza, l'agenda dello sviluppo e gli SDGs (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell'ONU), e la microfinanza, esaminati in un'ottica storica di lungo termine, di analisi del ciclo economico e degli indicatori compositi.

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